Salmonidi, altro che salmonella

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Usseglio, la mia amata Usseglio, dove al prezzo di un’ora di strada tortuosa e piena di strettoie ti puoi godere la montagna selvaggia, umile e maestosa di una volta, e non quella modaiola, tutta condomini e boutique. A Usseglio sono sepolti i miei genitori in un cimiterino fiabesco circondato da cime e pinete. Comprandosi la tomba lassù, mio padre ci fece un bel regalo, perché ci costrinse ad andare spesso in quel paese di favola, che purtroppo però si sta spopolando e rischia di restare senza negozi, ristoranti e alberghi. Ieri il titolare cinquantenne di uno di essi, ussegliese verace (è il figlio dell’ultima guida del luogo) mi diceva che era stanco per la troppa burocrazia che lo strangola. Lo so. I ristoranti sono oppressi da gabelle, incombenze burocratiche, registri da riempire, regolette da osservare, spesso cervellotiche. Ma non solo loro. Anni fa dovetti rinunciare alle squisite tomette del Chiaberto perché la donna che le faceva mi disse, magonata: «Basta, ho venduto le capre: non ce la facevo più, non è possibile dover riempire quattro registri per vendere un po’ di tomette». E il figlio della guida idem. L’ultima stangata? Mille euro all’anno per l’allarme salmonella, che a 1300 metri non c’è mai stata. Lì ci sono tanti salmonidi (le trote), ma la salmonella no. Eppure una società esterna gli deve analizzare ogni anno 8 punti-acqua: 100 euro ad analisi, più 200 per la relazione. E’ giusto? Arriveranno ad obbligare ogni esercizio a presentare ogni anno a sue spese una perizia statica sui muri, una tecnica sugli impianti e una fonica sui rumori? L’Italia annega nella crisi e i governi bucano il salvagente a chi cerca di nuotare.

collino@cronacaqui.it

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