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Cronaca
IL CASO

Rsa, inchieste sui morti verso l’archiviazione grazie allo scudo penale

Un articolo di legge e una sentenza della Cassazione rappresentano una pietra tombale per molte indagini

Villa Roddolo di Moncalieri e le rsa Santi Innocenti e Annunziata del Cottolengo. Sono le prime tre residenze assistenziali sanitarie, oggetto di inchieste aperte oltre un anno fa, riguardo alle quali la procura di Torino ha chiesto l’archiviazione.

Dopo mesi di verifiche, consulenze, valutazioni e riunioni, il procuratore aggiunto Vincenzo Pacileo – titolare di decine di fascicoli aperti per epidemia e omicidio colposi da quando il Covid ha fatto strage di anziani nelle case di riposo – ha chiesto nei giorni scorsi al gip la chiusura di tre casi. È probabile che nelle settimane seguenti richieste analoghe vengano inoltrate, riguardo ad altre rsa oggetto di indagini.

I motivi che stanno alla base della scelta delle prime richieste di archiviazione sono dovute principalmente ai paletti con cui recenti leggi e giurisprudenza “limitano” gli inquirenti. Secondo quanto stabilito da alcune sentenze della corte di Cassazione, tra cui la ormai nota numero 20416 del 2016 (relativa al reato di epidemia colposa da Covid 19 in una casa di riposo) non sussisterebbe alcun «nesso di causalità tra l’omessa integrazione del Dvr (Documento valutazione rischi) con il rischio biologico e la diffusione del virus». Il reato di epidemia colposa dunque, per essere provato, ha bisogno di una condotta “attiva” e non “omissiva”. Non basta, per un magistrato, provare che i dpi, i dispositivi di protezione individuale, non vennero forniti ai pazienti per mandare a processo i vertici della rsa. Per ragioni tecniche, il reato di epidemia – quello oggetto di tutte le inchieste torinesi sulle rsa – secondo il nostro codice, deve essere compiuta tramite un’azione e non un’omissione. Ragionando per estremi o assurdi, o si dimostra chi, come e quando ha portato il virus nella casa di riposo o sarebbe impossibile procedere. Questo, perlomeno, è il ragionamento seguito dalla procura torinese, che, per alcuni aspetti, è stata quasi “obbligata” a concludere l’indagine con una richiesta di chiusura dei casi. Ha influito molto poi anche il famoso “scudo penale per i sanitari”. L’articolo 3 bis del decreto legge 44 del 2021, poi convertito in legge, limita fortemente, per il personale medico, la responsabilità colposa per morte o lesioni personali «avvenute nel periodo dell’emergenza». La punibilità avviene solo in caso di colpa grave. Il legislatore ha anche stabilito che tra i fattori che possono escludere la gravità della colpa, il giudice potrà considerare anche «la limitatezza delle conoscenze scientifiche al momento del fatto sulle patologie provocate dal virus e sulle terapie appropriate» e «la scarsità delle risorse umane e materiali concretamente disponibili in relazione al numero di casi da trattare». In molte delle rsa torinesi, in effetti i dpi sarebbero stati chiesti ma non sarebbero mai arrivati: in questi casi lo scudo penale impedisce di processare i vertici delle case di riposo. Infine, secondo la procura di Torino, la grande confusione generata dal primo impatto della pandemia, e l’incertezza del governo nell’affrontare l’emergenza, con regole poco chiare, sono altri elementi che vanno valutati nel giudicare l’operato di medici, dirigenti e direttori sanitari.

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