rogo darkem
Cronaca
SCARMAGNO

Rogo Darkem, via al processo: «Pensavo di bruciare vivo»

Il disastro del 30 maggio 2016 rievocato dalle parole dei vigili del fuoco

«Mi sono messo a pregare, mentre attorno a me pioveva quel liquido oleoso incandescente e venivano giù dal cielo detriti di ogni genere. Pensavo che sarei morto o bruciato vivo oppure colpito a morte da qualche blocco di cemento. Le esplosioni si susseguivano, sembrava di essere in guerra, un vero inferno» con queste parole uno dei vigili del fuoco della squadra 81 di Ivrea ha raccontato la notte del 30 maggio 2016, quando si trovò “nell’epicentro” dell’esplosione della fabbrica chimica Darkem di Scarmagno.

Ieri mattina, al tribunale di Ivrea, il processo nei confronti dei due fratelli D’Arco accusati di essere i responsabili dell’esplosione dove rimasero ferite 13 persone è entrato nel vivo con le prime testimonianze. Gli imputati sono Davide e Giuseppe D’Arco, 35 e 47 anni, residenti a Romano Canavese, difesi dall’avvocato Stefano Rossi accusati dei reati di incendio colposo, danneggiamento e lesioni colpose. Quella drammatica notte molti soccorritori rimasero feriti: sette vigili del fuoco, tre poliziotti e due carabinieri. Insieme a loro anche un residente delle case vicine. Tutti costituiti parte civile al processo.

La notte della distruzione del deposito la ricostruiscono in aula i pompieri Mauro Chiolino, Antonio Sanna, Andrea Giacometto, Giorgio Amateis e Luca Tosi, la squadra 81 di Ivrea: «Si vedevano dei bagliori dentro l’edificio e abbiamo cominciato ad equipaggiarci con bombole e caschi, a srotolare le manichette. Fu allora che avvenne la prima esplosione. L’onda d’urto scaraventò a metri di distanza alcuni di noi, ad altri strappò i caschi. Poi arrivò la seconda esplosione, più violenta. Chiolino rimase a terra con fiamme addosso, privo di conoscenza, lo portammo via cercando di metterci in salvo mentre seguivano un’altra decina di esplosioni di minore intensità». Tutti rimasero feriti con ustioni sul corpo e fratture per mesi di prognosi. Parole simili anche dagli Inzillo, la famiglia che abitava di fianco al deposito. «Mio figlio ha avuto incubi per mesi – racconta Pasquale Inzillo – abbiamo dovuto farci aiutare da uno psicologo. La casa dove abitiamo e la mia attività hanno avuto danni per 400mila euro». Il processo riprenderà il 30 marzo, con altri testi nominati dall’accusa.

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