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Dopo il concerto

Il rock senza vento di Omar Pedrini: “Suono e rivedo sul palco gli amici di allora” [VIDEO]

A tu per tu con il chitarrista ex leader dei Timoria allo Spazio 211
All’una di notte, a concerto finito, Omar Pedrini ancora non riesce a staccarsi dagli abbracci dei fans, degli amici arrivati qui allo Spazio 211, quartiere Aurora di Torino, per salutarlo, per ascoltare il suo rock, il “Viaggio senza vento tour” che riporta in giro per l’Italia, a distanza di venticinque anni dall’uscita del concept album che ha fatto la storia del rock italiano. E’ stata una scarica di energia di cui nessuno riesce a liberarsi. Nel piccolo camerino dietro il palco c’è Davide, il frontman dei Precious Time, una tribute band dei
Timoria che Omar ha voluto con sé sul palco, a cantare alcuni brani con una voce che non può non ricordare quella di Francesco Renga. “E’ sempre una cosa pazzesca – dice -. Quando abbiamo fatto il primo concerto, a Brescia, non sentivamo niente sul palco se non il pubblico che cantava. Abbiamo cercato di fare alzare il volume degli strumenti, dei microfoni, ma il pubblico era più forte, veniva verso di noi”. Lo conferma anche Omar, più tardi, nel piccolo studio di Radio Ohm, concedendosi ancora alle interviste. “Davvero, suonavo alla cieca, si può dire” e sorride felice. Stanco ma si concede volentieri, si capisce che tutto questo è più del mestiere, è la sua vita, anche se ripete che vorrebbe tornare in fretta a Milano per stare con la sua bambina, Emma Daria.
“Un’emozione grandissima, una straordinaria energia” dice, mentre spiega che questo tour è nato molto tempo fa, quando era chiaro che non ci sarebbe stata la possibilità di rimettere insieme i Timoria, neppure un pezzo, a causa dei troppi impegni degli ex membri. E allora ecco una band di ragazzi formidabili, giovani, carichi, “che ho dovuto istruire un poco” scherza lo Zio Rock. L’album di venticinque anni fa viene riproposto nella scaletta originale, cui si aggiungono nei bis l’inedito “Angel” e “Can’t explain” degli Who, uno dei grandi riferimenti, amori di Pedrini. E la sorpresa di “Sole spento”, sempre per quella “generazione senza vento”. Sul piccolo palco Omar ripropone il viaggio di formazione di Joe, la partenza, lo smarrimento, il ritorno del guerriero… Magari qualcosa cambia, così “Serpenti in amore” diventa acustica, oppure in mezzo c’è spazio anche per una sorprendente strofa di un brano del folk locale come “Madonnina dai riccioli d’oro”. E battute sul grande amore per il calcio, il Brescia, Diego Armando, Gigi Meroni. E per una poesia di Lawrence Ferlinghetti, uno dei padri della Beat Generation, “ragazzi che hanno cambiato il mondo”, che il 24 marzo compirà cento anni: “Quel giorno, sintonizziamoci tutti con il pensiero, magari leggendo un suo libro, o dei suoi amici Ginsberg e Keourac, che sia un compleanno speciale”.
A distanza di venticinque anni, com’è riportare in tour questo disco, queste canzoni. “Ti dico solo questo. Suonando “La cura”, che ha scritto Ilorca, a un certo punto mi sono girato sul palco a cercarlo, anche se non c’era ti giuro che l’ho visto. E dire che ora ci vado piano con le sostanze” e ride. Ilorca, il bassista dei Timoria, compagno di banco al liceo di Omar, “che un giorno venne a casa mia con una cassettina, all’epoca si usavano queste, con questa canzone solo per chitarra e voce. E io le diedi un arrangiamento, ma era già un gioiello”. E’ la memoria di un viaggio cominciato in un momento particolare, sia per l’esistenza del musicista, sia per la voglia del gruppo di trovare un nuovo sound, una nuova maniera di suonare il rock. Un concept album come avrebbero fatto proprio gli Who e non è un caso se, a fine concerto, Omar mima il gesto di schiantare la sua Gibson sugli amplificatori come faceva Pete Towshend.
E’ un sound antico ma giovane quello della notte allo Spazio211, tra gli ex ragazzi ormai cresciuti c’è chi ha con sé figli piccoli echi figli grandi. E c’è chi i Timoria non li ha mai visti. C’è chi compra la maglietta con l’Om sopra e chi il libro che Omar ha pubblicato da poco. Una tribù che si riunisce e prosegue il viaggio, con Joe, cercando il rifugio, il ponte, la maschera. “Non credevo sarei riuscito a portare a termine questi concerti” dice Omar. Ma è chiaro che vorrebbe non fermarsi mai, continuare a urlare che il cuore del rock, come il
suo, “batte, batte ancora”. Buon viaggio fratello Omar.

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