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I MISTERI DI MAMMA EBE

Rituali magici e truffe: sesso, soldi e orazioni tra carcere e convento

La vicenda di Mamma Ebe, morta il 7 agosto all’ospedale di Rimini per una neoplasia, è molto di più della storia di una guaritrice accusata e condannata per truffa ed esercizio abusivo della professione medica, che per decenni ha continuato a somministrare acqua da lei benedetta (perfino dal carcere) e pozioni a suo dire miracolose. È la metafora di un’Italia non più contadina e non ancora ammaliata dai social, che ha voluto credere a rimedi favolosi quando la scienza non dava risposte, ha idolatrato una donna che si spacciava per medico, che aveva occhi azzurri e un grande carisma, e che si era inventata una sua confessione religiosa. L’aveva chiamata la «Pia Unione di Gesù Misericordioso». Quando venne arrestata nel 1984, gli inquirenti scoprirono che dalle sue labbra pendevano decine di ragazzi e ragazze che chiamava «suore» e «seminariste», le donne vestite con tuniche color cenere, gli uomini con maglioni blu scuro. Si muoveva nell’ambiguità, il vescovo di Pistoia Simone Scatizzi aveva pronunciato l’interdizione canonica, diffidando i credenti e i sacerdoti a frequentarla. Ma lei aveva tirato dentro anche un monsignore romano e un anziano padre francescano, millantava coperture in Vaticano, e alle pareti teneva una foto dov’era accanto a Wojtyla. La prima volta che Gigliola Giorgini ebbe a che fare con la giustizia fu nel febbraio del 1957. Aveva 24 anni, aveva avuto una strana malattia, era andata in Puglia da Padre Pio, era tornata guarita e adesso spergiurava che pure lei era in grado di guarire. Quando la polizia arrivò nella sua cascina per contestarle il «mestiere di ciarlatano», trovò davanti la porta una fila di disperati, e lei a letto, bendata, perché diceva di avere le stimmate.

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