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Cronaca
L’ALTRA STRAGE

Rimasti senza cure, sono morti in casa: centinaia di casi sospetti in un mese

Dal primo ottobre all’8 novembre i torinesi deceduti nel proprio appartamento sono stati 517 con un aumento del 55% rispetto al 2019, ma soltanto 16 erano positivi o sospetti casi Covid

Altri 623 italiani morti ieri, 42.953 vittime attribuite al Covid dall’inizio della pandemia. Basterebbero due cifre per descrivere il dramma di una strage. Ma per comprenderne la portata non ci si può fermare qui. Perché per ogni vita spezzata dal virus ce ne sono molte altre disintegrate dall’assenza di quelle cure che, nella prima ondata di pandemia, e di nuovo oggi, sono state rinviate, ridotte, o addirittura interrotte. Adesso se ne cominciano a vedere gli effetti, con cifre che introducono il forte sospetto che sia arrivato il momento di fare i conti con una “altra ecatombe”. Anche i numeri, del resto, nella loro crudezza, sono fatti di dettagli e sfumature. Ed è su questi che abbiamo provato a soffermarci, chiedendone altri, oltre a quelli forniti con i bollettini. Trovandovi qualche risposta, ma anche nuovi – e inquietanti – interrogativi. Perché addentrandoci nella contabilità più triste, spulciando i grafici della Regione e delle Asl, abbiamo scoperto che i sospetti casi Covid tra i 10.461 “caduti” di Torino nel 2020 fino all’8 novembre erano 1.453. E soprattutto che un terzo dei morti (517 su 1.525), nel periodo che va dal primo ottobre all’8 novembre si è spento nella propria abitazione, con un incremento rispetto allo stesso periodo del 2019, quando erano stati 334, del 54,8%. Dunque lontano da una Rsa, ma pure dagli ospedali. Il sospetto, allora, confermato dal fatto che su 517 persone decedute nella propria abitazione appena 16 (il 3,9%) risultino “sospetti Covid”, è che alla conta dei danni di questa guerra contro il virus maledetto se ne debba aggiungere un’altra. Con una serie di vittime “collaterali” che sono state colpite dal virus solo indirettamente. Uccise non dal Covid, ma dai suoi effetti. Magari attraverso la chiusura di quei servizi che garantivano le cure di altre patologie che, trascurate, hanno fatto il proprio corso senza essere curate o riconosciute. Oppure perché il coronavirus li aveva sì infettati, ma ha dato il colpo di grazia prima che venissero sottoposti a un tampone. Dubbi, supposizioni. Che però sembrano trovare conferma nel fatto che dei 1.525 morti dal primo ottobre all’8 novembre, la percentuale dei sospetti infettivi è del 19,63%. Ma ancor di più nei dati relativi agli ultimi giorni, quando la curva dei decessi ha ricominciato a salire con picchi molto vicini a quelli di marzo e aprile. Il 30 ottobre, per esempio, i morti a Torino sono stati 51, ventitre in più rispetto al 2019. E di questi, soltanto 11 erano infettivi o sospetti positivi. Il giorno dopo (53 morti, 31 in più dello stesso giorno dell’anno prima), i contagiati o presunti tali erano invece 16, saliti a 17 su 44 il 2 novembre (nel 2019 erano stati 25 in meno). Il giorno peggiore di questa seconda ondata è stato il quattro novembre, con 57 vittime, ben 38 in più rispetto a quelle dello stesso giorno dell’anno prima, con 18 infettivi o sospetti tali. E gli altri morti in più? Che cosa li ha uccisi? I numeri questo non lo dicono. Ma che c’entri lo stop alle altre terapie è qualcosa in più di un sospetto. Come fuor di dubbio pare essere il fatto che se ci siamo trovati in questa situazione è anche per scelte partite da lontano. Con la scure dei tagli che si è abbattuta su quel personale cui ora vengono anche sospesi i permessi perché altrimenti non si riuscirebbero a coprire i turni, ma pure sui posti letto che da 20mila circa, in meno di vent’anni, sono stati ridotti agli attuali 11.700. Altri numeri, ma la stessa storia. Mentre per oggi e domani sono già prenotati altri 168 funerali.

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