riccardo d'elicio
Cronaca
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA

RICCARDO D’ELICIO. «Universiade a Torino, un’opportunità unica che lascerà un’eredità»

«Non dico che lo sport mi abbia salvato la vita, sarebbe melodrammatico. Ma certo mi ha indicato una via. Quando avevo 12-13 anni e frequentavo l’oratorio ero un ragazzino che squadrava male tutti e ti puntava come a dire, “Oh, ma cos’hai da guardare?”. Un piccolo ribelle insomma, poi però grazie alla famiglia e a saggi consigli ho capito come fare ed eccomi qua». Mai banale, Riccardo D’Elicio, anche quando parla di se stesso. Perché prima della sua carriera da dirigente sportivo e da presidente del Cus Torino (22 anni in sella) c’è stata la scuola e l’università, per lui una fase di passaggio che gli ha aperto un mondo.

Presidente, partiamo dall’inizio: che studente era?
«Normale, facevo lo stretto necessario, giusto quello che mi serviva per essere promosso. Allora mica potevo saperlo che la scuola, sarebbe diventata anche la mia vita. Oggi posso dire che tutto questo percorso è stata un’esperienza di vita bellissima, Ma allora, quando dopo il diploma da geometra mio padre mi voleva mandare a lavorare e sono stato “salvato” una prima volta da Primo Nebiolo, chi se lo immaginava?».

Sembra impossibile immaginarlo, ma è vero che sta per andare in pensione?
«Vero, ma solo come professore universitario. Il Cus Torino, lo sport e il mondo dell’università riempiranno ancora le mie giornate».

Non tutti lo ricordano, ma prima del Cus c’erano stati i “Giochi di Torino”. Ha voglia di ricordarli a chi oggi snobba l’educazione fisica a scuola?
«Già allora e ancora più adesso la mia idea era una sola: lo sport è un elemento formativo straordinario, tutti devono passare da lì anche se poi nella vita faranno altro, perché questa è una scuola vera. Allora ci eravamo inventati una manifestazione pazzesca, a ripensarci. Erano coinvolti diversi impianti della città, partecipavano 22mila bambini, alle finali c’erano più di 6mila persone, avevamo coinvolto sponsor importanti. Perché quando ci sono le buone idee, il pubblico e il privato rispondono sempre. Già allora la mia idea era quella di “flashare” le persone, chi guardava doveva rimanere abbagliato e sbalordito».

Scuola e sport, due mondi che oggi sono distanti anni luce. Cosa è cambiato?
«Forse allora eravamo fin troppo avanti, ma abbiamo seminato bene e ci siamo fatti conoscere. Ecco perché poi è stato più facile anche coinvolgere le istituzioni, avere un appoggio fattivo da loro. Penso a persone illuminate come l’ex assessore Alfieri, Condo, Dovico, Pavarin, tutta gente che capiva l’importanza di quel messaggio e di quel movimento. Oggi la scuola ha il dovere di riscoprire il valore dello sport come formazione, ma devono arrivarci i politici, non possiamo essere sempre noi a doverli stimolare».

Tra qualche mese Torino avrà un nuovo sindaco. Indipendentemente da chi sarà, cosa si sente di chiedere?
«Dovrà avere la massima attenzione all’attività fisica, quella di base che poi sfocia in quella di eccellenza. So che sembro ripetitivo, ma valore formativo dello sport lo metto sempre al primo posto. E poi il benessere fisico dei cittadini impatta in modo profondo anche sui costi della sanità pubblica e questo è un messaggio che fin dalla nascita di “Just The Woman I Am” abbiamo portato avanti forte e chiaro. Chi fa sport, è una persona migliore, non ho dubbi».

A livello di impianti come è messa Torino e la Città Metropolitana?
«Bene, ma non benissimo. Devono diventare tutti dignitosi, degni dell’attività che ospitano e per questo serve un impegno serio. Altrimenti rischiamo di perdere tutto».

In tutto questo, il sistema universitario che ruolo ha oggi e avrà in futuro?
«Ancora di recente ho fatto una stima: per me questa città con i suoi atenei può veramente arrivare ad ospitare al meno 140mila studenti e gli stranieri saranno una buona parte. Torino ha una vocazione profonda per il mondo universitario ma tutti devono capire che tutto questo aiuta l’economia della città, ha un altissimo valore sociale oltre che di indotto. E per questo dobbiamo farci trovare pronti».

Torino adesso lo è?
«Ci sta lavorando, ma dobbiamo continuare a insistere su certi tasti. Serve una mobilità efficiente, una città green, occorrono servizi reali. In questo sicuramente le Universiadi Invernali tra quattro anni rappresenteranno un’opportunità unica, che non potevamo lasciarci sfuggire anche per l’eredità che lasceremo con le residenze universitarie e tutto il resto. Il 2006 ci ha insegnato anche a come gestire diversamente certe risorse e certe opportunità, non possiamo sbagliare di nuovo».

Lei sottolinea spesso il peso specifico degli studenti stranieri a Torino. Poi però capitano casi come quelli di Great Nnachi, saltatrice con l’asta da record, che la toccano da vicino. Nata in Italia, ma non italiana per legge e quindi per l’atletica. Ha senso?
«Lo trovo semplicemente incredibile. In Gran Bretagna e Francia sono avanti 40 anni rispetto a noi e in fondo basta poco. Chi nasce in Italia e si forma qui è italiano, punto. Lo sport unisce il mondo, ha saputo andare oltre la Guerra Fredda, nelle ultime Olimpiadi ha unito due Paesi come le Coree, possibile che la politica non ci arrivi?».

La politica in qualche modo ha dirottato su altre mete le Olimpiadi del 2026. Brucia ancora?
«Io intanto mi tengo le Universiadi che ci saranno un anno prima. E sono sicuro che quello che realizzeremo a livello organizzativo, a cominciare dalla formazione dei volontari, tornerà utile anche a Milano-Cortina. Prossimamente ne parleremo anche direttamente con il Comitato Organizzatore, sono sicuro che potremmo lavorare bene insieme».

Torino comunque resta culla dello sport e da qui ai prossimi anni si conferma come la città dei grandi eventi. Ancora la stupisce?
«No, perché in fondo tutto è nato qui, a cominciare dalle Federazioni sportive più importanti. Abbiamo tante eccellenze in tutti gli sport, ora siamo anche tornati in Serie A con l’hockey prato femminile. La storia passa sempre di qui».

Storia significa anche Primo Nebiolo, il padre del Cus, delle Universiadi e di una visione dell’atletica moderna che ancora oggi regge. Sarebbe fiero di quello che state combinando?
«Penso proprio di sì. Abbiamo formato generazioni di atleti e di allenatori che hanno fatto grande l’Italia, abbiamo portato avanti sport ad alti livelli rendendolo anche però molto popolare, abbiamo la Polisportiva più grande d’Italia e ben 27 sezioni con discipline diverse. Ma soprattutto continua quello che era il suo sogno, lo sport come aggregazione e amicizia, senza tralasciare i grandi eventi. Per questo mi piacerebbe che finalmente il Cus Torino diventasse a tutti gli effetti un patrimonio ufficiale della Città».

Siamo partiti dalla sua infanzia e per chiudere torniamo alla famiglia. Anche ai suoi due figli, Davide ed Eleonora ha insegnato la stessa cultura dello sport come crescita?
«Ve lo spiego con un esempio. Dovendo scegliere un liceo, io e mia moglie abbiamo puntato sul Galfer perché dava un’ottima formazione ma aveva un programma solo di 23 ore. Così potevamo dedicarsi anche allo sport e l’hanno fatto con ottimi risultati anche se oggi la loro vita è in parte anche altro. Praticare qualsiasi disciplina apre rapporti sociali e di amicizia inimmaginabili in altri settori. Lo dico perché l’ho provato sulla mia pelle».

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