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L’INTERVISTA

«Recitare è la mia droga. Oggi il successo è facile ma senza talento non duri»

Alessandro Haber con la sua autobiografia al Salone Off

Chiede un attimo di tempo Alessandro Haber, dopo la prima domanda, «devo prendere le sigarette, le interviste mi vengono meglio se fumo. Certo, dovrei smettere, ma non riesco». Una dipendenza, come quella da ciò che lui considera la sua vera droga: recitare, fingere, impersonare un altro, diventare un altro. E, paradossalmente, l’attore deve diventare se stesso, interpretarsi, nel momento in cui scrive. “Volevo essere Marlon Brando” (Baldini+Castoldi, 19 euro) è il libro che Alessando Haber ha scritto con Mirko Capozzoli, regista e scrittore torinese, già autore di una biografia di Gian Maria Volonté.

Lo si chiede sempre: perché una autobiografia?
«Me lo sono chiesto anch’io, tante volte. Non avevo mai voluto farla perché mi pareva presuntuoso. Poi, il 5 marzo del 2019, portavo in teatro “Morte di un commesso viaggiatore” con la regia di Leo Buscato, che avevo sempre voluto fare: ed è arrivato il blackout, ci hanno fermati, come hanno fermato tutti. Allora mi sono ritrovato a casa, con molto tempo per pensare, fare i conti e reimmergermi nel passato. Ho contattato Mirko, conosciuto a un festival chiamato “La valigia dell’attore”…»

La combinazione!
«Sì, aprono quel festival sempre con la canzone che mi ha scritto Francesco De Gregori»

E “La valigia dell’attore” è anche il titolo dato al prologo, al racconto della sua infanzia a Tel Aviv, un po’ ragazzi della via Pal e un po’ Franti.
«Sì, già allora mi esibivo. Interpretato un ruolo. E avevo bisogno di recitare: andavo al cinema, poi tornavo a casa e facevo tutte le parti, mi travestivo da donna… Era la mia vocazione. Dicevo a mia mamma che volevo fare l’attore e lei diceva “poi passa”. Per fortuna non è passata. E’ vocazione, è passione e la passione salva le persone, in qualunque lavoro»

«Volevo essere Marlon Brando» è il titolo, ma soprattutto Gigi Baggini, replica il sottotitolo.
«Gigi Baggini è un attore fallito interpretato da Ugo Tognazzi in “Io la conoscevo bene”, con Stefania Sandrelli. E’ uno che viene sempre deriso, sbeffeggiato. Un personaggio che ho sempre portato dentro di me, l’ho citato anche in tre film»

Vi si riconosce perché ha dovuto aspettare molto per un ruolo di primo piano al cinema?
«In teatro faccio il primo attore da quando avevo venticinque anni, ma ho dovuto faticare al cinema, ho fatto di tutto, anche per un carattere non facile. Non sono nei salotti giusti, dico sempre quello che penso. Io non devo un cazzo a nessuno: ho fatto la gavetta, come Monicelli, quando adesso nessuno fa più la gavetta, c’è gente che diventa regista senza aver mai visto una macchina da presa»

Si insegue il successo immediato, effimero: i talent, i reality, i social…
«Il difficile è durare sul lungo termine. Anche Luca Argentero ha fatto il Grande Fratello, ma poi ha dimostrato di avere talento, senza non duri. Io ho conquistato tutto, anche dei premi, con sudore, lacrime, “cazzimma”, ed è giusto così, rifarei tutto»

Adesso si ritorna alla vita dopo quel blackout. Il Salone, di cui è ospite al Salone Off, è il primo grande evento in presenza.
«Questo mi emoziona. Mi mancava il pubblico, senza il pubblico noi non siamo. Ho riflettuto molto, quando eravamo fermi. Sa, io due soldi li ho e posso stare fermi, ma c’è gente che l’ha sfangata male. Ho realizzato un corto su come siamo diventati, con queste mascherine con cui non ci riconosciamo più… La verità è che non ho mai presentato un libro, me la faccio sotto»

Ce ne sarà un altro, che so, un romanzo?
«Non credo. Ma forse trarrò uno spettacolo da questo. Pensavo di salire nudo sul palco. Come quando feci “Orgia” di Pasolini per il Teatro Stabile a Torino, nel 1985. Ma forse non ce ne sarà bisogno».

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