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Ramoscelli e velate minacce

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Andrea Agnelli teme la stangata della Uefa per il varo della Superlega, cioè l’esclusione dalla Champions per una o più stagioni di Juventus, Barcellona e Real Madrid. Così venerdì scorso ha lanciato un ramoscello d’ulivo: “La Superlega non è mai stato un tentativo di colpo di stato – ha dichiarato ¬– ma un grido d’allarme di un sistema che si indirizza verso l’insolvenza. La risposta della Uefa è stata di totale chiusura. Per fortuna, conoscendo quasi tutti in Uefa, so che non tutti la pensano così. Il desiderio di dialogo resta immutato perché è necessario trovare una sintesi”. Dialogo? Il presidente Uefa Ceferin ha commentato: “Per me Agnelli non esiste più”. Anche perché Monociglio insieme all’ulivo ha lanciato l’avvertimento “conosco quasi tutti in Uefa” che tradotto dal politichese significa “Attento, Ceferin, che ti faccio saltare”. I tifosi europei, loro, rifiutano un torneo chiuso come la Superlega, con partecipanti fissi per diritto divino: sanno bene che non sta fallendo il sistema, ma solo chi negli ultimi decenni, tra acquisti miliardari e ingaggi stellari, è giunto sull’orlo della bancarotta. Che bancarotta sia, allora. La Champions sarà bellissima anche senza quelle tre. Così i padrini capiranno che senza competizione vera e paritaria, senza tetti salariali e vincoli di bilancio draconiani, senza distribuzione paritaria dei diritti Tv indipendentemente dal piazzamento finale nelle Coppe e nei tornei d’accesso, l’interesse crolla. L’accaparramento dei migliori giocatori (e con essi del pubblico e degli sponsors) porta solo a una stucchevole gara fra pochi Cresi, a una Harlem Globetrotters del calcio. Se allo sport togli l’equa competizione, gli togli l’anima.

collino@cronacaqui.it

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