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Quentin Tarantino e Corbucci: «Ecco perché amo il western»

Dal 15 al 17 novembre il doc “Django & Django” con il regista di “Pulp fiction”

“Il secondo miglior regista di Spaghetti Western del mondo”: così Al Pacino, recitando il copione scritto da Quentin Tarantino per il film “C’era una volta a… Hollywood”, descriveva Sergio Corbucci, noto anche come “l’altro Sergio”, in un’eterna sfida a distanza con Leone, autore di capolavori immortali tra cui “Per un pugno di dollari” e “Il buono il brutto il cattivo”.

Al troppo poco ricordato ma validissimo regista romano il critico torinese Steve Della Casa e Luca Rea hanno dedicato un documentario esclusivo, presentato in anteprima mondiale a settembre a Venezia e ora in programmazione per soli tre giorni, dal 15 al 17 novembre, al cinema Centrale di via Carlo Alberto: si intitola “Django & Django”, così da unire il titolo del suo lavoro forse più noto, interpretato nel 1966 da Franco Nero, e il “Django unchained” che Tarantino diresse qualche anno fa per omaggiarlo.

«Avevo in mente di scrivere un libro su Sergio Corbucci», confida il regista di “Pulp fiction” e “Bastardi senza gloria” nella conversazione che costituisce il cuore del documentario. «A lui piacevano i western classici, voleva solo fare dei fantastici western in stile americano però girati in Italia. Ha creato il west più violento possibile: per quanto violento fosse quello vero, quello di Corbucci lo era di più».

Due ore e 45 minuti (solo in parte presenti nel montaggio finale) è durata l’intervista di Rea e Della Casa a Tarantino, che probabilmente ha esaurito le sue parole e quel libro, ora, non lo scriverà più: sono davvero innumerevoli i ricordi, gli aneddoti, le emozioni che il pubblico potrà scoprire sul grande schermo fino al termine dei titoli di coda (impossibile, davvero, alzarsi prima). «Penso che ognuno dei suoi film sia stato costruito intorno allo stesso tema: tutti i suoi western per me sono il suo trattato sul fascismo, che aveva vissuto crescendo nella seconda guerra mondiale, fascismo da cui l’Italia era uscita, che lui conosceva da tutta la vita e a cui aveva assistito in guerra. I film erano la risposta a quel vissuto», ragiona ancora Tarantino in quella che è a tutti gli effetti una lezione di cinema ispirata dall’autore romano.

In “Django & Django” parlano anche altri testimoni dell’epoca, dallo stesso Franco Nero a Ruggero Deodato, ma è Tarantino il vero centro: fenomenale la sezione dedicata a “C’era una volta a… Hollywood”, con la sua descrizione a parole e disegni di scene mai girate nel film che raccontano a modo suo come Rick Dalton, il personaggio di Leonardo DiCaprio, e il vero Corbucci avrebbero lavorato insieme se davvero si fossero incontrati, come sarebbe stata la loro collaborazione e il loro film. Si ride, si rivalutano titoli dimenticati, si respira aria di grande cinema: chiedere di più a un documentario di cinema si può ma sarebbe troppo.

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