Quel tampone che non arriva

Foto: depositphotos

Come ci racconta la storia nelle cronache di guerra, anche in questa fiera lotta contro il Covid c’è qualcosa che fa inceppare la nostra macchina difensiva. Apparentemente delle minuzie, come quella di far aspettare giorni e giorni i tamponi ai famigliari di un ricoverato per il virus, in realtà ritardi gravi che non solo rischiano di diffondere il contagio, ma rendono drammatica l’attesa. Perché chi è a casa in quarantena vive temendo il manifestarsi della febbre, proprio come un soldato poteva temere la pallottola di un cecchino in trincea. Già, la trincea. A ragionarci ci siamo un po’ tutti dentro e da questa struttura sanitaria costruita per proteggerci vorremmo soprattutto chiarezza. Che, spiace dirlo, a volte traballa. O non c’è proprio. Come è capitato a Laura che, mentre tremava per il marito Filippo ricoverato in ospedale, ha atteso inutilmente per cinque giorni quel benedetto tampone. Fino a quando una telefonata le ha annunciato che il marito era caduto sul fronte. Non deve accadere. E la morte di una persona cara, non può interrompere la difesa di chi è rimasto su questa terra. Non deve accadere. E poco importa a chi ha paura, scoprire che qui i tamponi mancano, a migliaia. Come mancano i reagenti per verificare il test. Una confusione che non giova alla fiducia verso le istituzioni, mentre i medici e gli infermieri combattono in corsia. Serve un po’ d’ordine in più, serve razionalizzazione vera e non solo la difesa d’ufficio del proprio operato. Sappiamo di avere una straordinaria sanità, non dobbiamo inciampare in piccole buche di disorganizzazione. Che come sempre ha il sapore amaro della burocrazia.

fossati@cronacaqui.it

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