rosita ferrato
Libri
L’AMANTE SIRIANO

In quel caffè d’oriente a Parigi l’amore destinato alla tragedia

La nuova storia della giornalista e fotografa torinese Rosita Ferrato

Come si può essere infelici a Parigi? Se lo chiede Lee, giornalista protagonista di “L’amante siriano” (Neos Edizioni, 13,50 euro) di Rosita Ferrato, giornalista torinese e autrice di reportage e articoli di viaggio e costume, come la sua alter ego. La quale, Lee, una risposta cerca di darsela, quando dice che «la sua cattiveria mi toglie il respiro», sempre riferendosi a Parigi. «Parigi in realtà mi odia». «La ripudio ma poi ritorno, facendo finta di aver dimenticato. E lei mi punisce ogni volta».

E tornare, per essere puniti, è anche il destino di chi ricorda gli amori, in particolare quelli che sarebbero potuti essere e non sono stati, ma non è così per ogni cosa, in fondo? L’amore di Lee si chiama Amir: è siriano, è uno scrittore, un intellettuale anche controverso, che lei aveva fugacemente conosciuto tanti anni prima, ma solo ora, nel pieno della maturità anche professionale dove però i sogni faticano a morire e possono anzi essere la chiave per sfuggire alla quotidianità non all’altezza, ne vive appieno i sentimenti. Nel caffè-libreria-rifugio intellettuale dove Amir si mostra mercante di suggestioni e di pezzi incantati, sul sedile della sua vecchia Citroen, nel confronto con una Parigi che è sempre quella che ben conosciamo (anche se ferita), forse solo un po’ più sporca e ambigua, Lee si lascia trascinare dalla personalità di Amir in un mondo esotico dal doppio aspetto. Con l’ombra della moglie di Amir presente in ogni anfratto, incombente, che giudica.

Sarebbe forse riduttivo parlare di incontro tra occidente e oriente, in questo libro, per quanto l’apparente inconciliabilità di due mondi deve in qualche modo esplodere, mossa dalle passioni stesse dei due protagonisti. Perché Lee dice di aver amato molti uomini arabi, però Amir si sottrae a questa semplificazione. Lui sì preso fra due mondi e che rifiuta entrambi, a ben vedere. La storia non può non avere contorni tragici, alla fine. Perché questo riserva Parigi anche a chi la ama.

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