antonio di fazio
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Quei lupi mannari a caccia di donne

Gratta gratta il marcio viene fuori. E certe disinvolture in affari finiscono poi per condire di lussi e di eccessi anche la vita privata. Soprattutto a scapito di altri, donne famose o meno, ma con una caratteristica essenziale: quella di essere giovani e belle. Oggetti nella testa di predatori che quando il sesso non possono comprarlo, lo rubano con gli inganni e la violenza. Senza chiamare in causa il produttore cinematografico americano Jeffrey Epstein ha scatenato nel mondo, non solo a casa propria, uno degli scandali sessuali più scabrosi del secolo, due begli elementi li abbiamo anche noi. E temo non siano i soli. Parlo di quel Alberto Genovese e della sua “terrazza Sentimento” su cui attirava le prede giovanissime con droga e biglietti di banca fruscianti e di quel suo emulo, per carità meno affascinante e forse ancora più subdolo che risponde al nome di Antonio Di Fazio. Un avvelenatore del sesso, visto che tramortiva le vittime con la droga dello stupro nel caffè per poi usare quel corpo immobile come una bambola di pezza. Pazzi, come vorrebbero descriverli i loro avvocati, semplicemente mostri per un qualunque padre di famiglia e per chi ne ha subito gli abusi. Ma anche esibizionisti, con le donne o con le automobili. Oggetti, non esseri umani a cui riconoscere umanità e rispetto. Così alla bionda e alla bruna che tiene sottobraccio l’Antonio, fanno il pari le Maserati: una bianca e l’altra nera. Noi di costui ne scriviamo per una truffa sulle mascherine. Come indagato, ovviamente. E non ci sorprende leggere negli atti che costui che ora alberga in una prigione a una stella, era malandrino nella vita e anche nel lavoro, impermeabile al fatto che quelle mascherine fossero essenziali per la vita di qualcuno.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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