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PREMIO NOBEL

Quegli ulissidi di Zanzibar sulla riva del mare inglese e di una esistenza perduta

Il Salone del Libro corteggia Abdulrazak Gurnah

Potrebbe essere quello di Abdulrazak Gurnah il primo nome-bomba del prossimo Salone del libro: nelle sale di Librolandia, dal direttore Lagioia in giù (e in su), si sta lavorando per definire il programma della nuova edizione (tanto ravvicinata alla precedente, che è stata solo a ottobre), individuando il tema, il manifesto e tracciando l’elenco degli ospiti. E lo scrittore di Zanzibar, da tempo ormai cittadino britannico, Premio Nobel per la letteratura nel 2021, è di sicuro tra i corteggiati ed è altrettanto sicuro che alla Nave di Teseo, dove sono stati rapidi ad accaparrarsi i diritti di Gurnah che in Italia aveva avuto fuggevoli e ormai distanti traduzioni presso Garzanti, si sta lavorando per portarlo a Torino.

Gurnah, 74 anni, è fuggito a 18 da Zanzibar, per le violenze che avevano segnato il periodo della rivoluzione seguita a una indipendenza malata del sultanato nel momento in cui si era liberato del dominio britannico. Si è rifugiato a Londra, per studiare e ha intrapreso poi la carriera di docente universitario. E quella di scrittore, uno scrittore della memoria, dell’alienazione. Così, infatti, sono quasi tutti i suoi personaggi: vittime del razzismo, o di persecuzioni, nomadi dell’esistenza e cantori di loro stessi, ulissidi in terra straniera dove non è una Nausicaa a raccattarli sulla spiaggia e a riverirli come re, ma sospettosi funzionari doganali in freddi bunker di aeroporti.

Così accade anche a Saleh Omar, che arriva a Londra con un documento falso e l’avvertenza di non far capire che parla l’inglese. Saleh porta con sé pochi oggetti e un visto rilasciato in patria a nome di Rajab Shaaban Mahmud. Un nome non suo, da vero ulisside, ma che diventerà tale lì nella terra inglese, nella cittadina sulla riva del mare (presumibilmente Brighton) dove viene accolto. L’assistente sociale, nel tentativo di trovare una forma di comunicazione, si rivolge a un docente universitario e poeta originario proprio di Zanzibar, Latif Mahmud, che nel nome dello straniero riconosce quello di suo padre, ormai deceduto. Quale mistero si cela dietro questo fatto? Quale storia hanno da raccontare i due ulissidi? Già, perché anche Latif non porta il suo vero nome.

“Sulla riva del mare” (La nave di Teseo, 19 euro, traduzione di Alberto Cristofori) è un romanzo di narrazione. Un po’ Sinbad un po’ Shahrazad un po’ imbroglioni, i due uomini devono trovarsi prima o poi di fronte. Latif è fuggito da Zanzibar e ha troncato ogni rapporto con la sua famiglia, è stato emigrante nella Ddr e poi rifugiato politico, ha cambiato pelle e nome e forse anche memoria. Che gli farà recuperare Saleh-Rajab, che di suo padre era nemico per via di una questione giudiziaria ed economica. «Sono uomo di parole» dice Saleh, ex commerciante e fabbricante di mobili, incarcerato per undici anni senza una vera accusa, ora fuggiasco nel ricordo di una famiglia perduta. La riva del mare freddo di Brighton è come quella dell’isola-carcere senza sbarre degli anni perduti di Saleh, in fondo. Un luogo di passaggio o un luogo di permanenza, un luogo di pensiero di memorie da recuperare.

Per Latif la memoria è il freddo della Ddr, un’amicizia rivelatasi un filo diversa da quanto credeva e poi forse perduta, è il mistero del fratello fuggito con il suo amante adulto (forse già amante del padre?) per cancellare umiliazioni, chiacchiere, persecuzione, disprezzo.

Saleh, uomo di cose perdute, ha le chiavi del confronto fra due rifugiati dell’esistenza, ma non è detto che queste chiavi siano anche quelle della verità.

SULLA RIVA DEL MARE
Autore: Abdulrazak Gurnah
Editore: La nave di Teseo
Genere: Romanzo
Prezzo: 19 euro

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