Vladimir Putin (foto: Depositphotos)
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Quando le parole diventano bombe

A dirla con tutta franchezza, attorno a questa guerra che sta devastando l’Ucraina tira una brutta aria. Persino peggiore rispetto ai tempi della guerra fredda dove tra le due sfere di influenza nel mondo, quella del blocco occidentale e quella del blocco comunista, esisteva comunque una tacita intesa a non arrivare alle armi. Lo scontro, anche acre, avveniva con gli strumenti della politica, dell’economia, dello sviluppo e della propaganda. Una tensione che si attenuò con la morte di Stalin nel 1953 ma finì soltanto con il crollo definitivo dell’Unione Sovietica nel 1991. Trent’anni dopo, e nel solo volgere di 48 giorni dai primi bombardamenti su Kiev, le diplomazie non solo europee si trovano spiazzate anche dalla guerra delle parole. Da quelle di Putin, cariche di minacce verso l’Occidente, a quelle di Biden che ancora ieri accusava il rivale di genocidio, ma anche dal monito del gigante cinese che, tramite il ministro degli esteri Zhao Lijan, ha chiesto esplicitamente «di abbassare i toni per evitare nuove tensioni». E persino il presidente Macron si è unito al coro consigliando a Joe Biden «di misurare le parole», specie dopo la decisione americana di inviare altri 700 milioni di dollari in armi pesanti alla resistenza ucraina. Siamo in un momento assai delicato: Putin, sentendosi accerchiato anche politicamente, schiera truppe sul confine della Finlandia dopo la decisione di quel governo di entrare nella Nato insieme con la Svezia, mentre sul fronte della guerra ammassa truppe verso il Dombass e si prepara a chiudere tragicamente l’assedio a Mariupol dove – secondo stime non ufficiali – sarebbe già morte oltre 20mila persone. Questione di ore, sostengono fonti russe, prima della resa delle brigate che stanno opponendo un’ultima disperata resistenza asserragliate nei cunicoli che si dipanano nel sottosuolo di un’immensa acciaieria. Kiev smentisce. ma il divario di forze in campo è talmente grande da far temere il peggio. Uno scenario dal quale taluni osservatori traggono previsioni su una probabile fine delle ostilità, considerando il corridoio tra Donbass e il mare di Azov il vero obiettivo di Putin, altri – assai meno ottimisti – temono che, conquistato questo territorio, lo zar possa tentare anche la conquista della capitale Kiev, allungando i tempi della sua guerra di distruzione. Quanto teme lo stesso Zelensky che continua a invocare aiuti dall’occidente. Con una nota a margine, da non sottovalutare: la Russia considera i veicoli statunitensi e della Nato che trasportano armi e munizioni attraverso il territorio dell’Ucraina come obiettivi militari legittimi. L’ultima terribile minaccia che potrebbe accendere la miccia di un conflitto di ben altre dimensioni.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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