Salizzoni
Cronaca
L’INTERVISTA DELLA SETTIMANA. MAURO SALIZZONI

«Qualcuno dentro il Pd frugava nella mia vita. Così mi sono ritirato»

Abbiamo appuntamento a mezzogiorno per l’intervista, ma quando il telefono squilla Salizzoni è ancora in corsia. «Mi perdoni, mi hanno chiamato per un consulto in ospedale e non abbiamo ancora finito. Ci possiamo sentire fra un’oretta?». Settantatre anni compiuti e il garbo piemontese nella cadenza, Mauro Salizzoni non riesce a stare lontano dall’ospedale. «Mi chiamano solo quando ci sono dei casi particolari» si giustifica, ma non sembra affatto dispiacergli. Quella per la sala operatoria è una vera passione, che si accompagna all’amore per la politica. Sulla scrivania del suo studio, in bella mostra in una cornice d’argento, c’è un ritratto di Che Guevara. Al muro, una grande fotografia di Coppi e Bartoli nell’atto di passarsi la borraccia. E qua e là sparsi per la stanza, i cimeli del periodo trascorso in Vietnam.

Politica, sport e sala operatoria. Come si coniugano tre passioni così forti e quale prevale?

«Sono da sempre un uomo di sport. Correvo in bicicletta già al liceo, molte ore le spendevo allenandomi. Infatti non andavo benissimo a scuola… La politica è subentrata con il ’68, durante gli ultimi anni delle superiori»

Ha militato nel movimento studentesco di Ivrea?

«All’inizio sì, poi mi sono iscritto dal Psiup. Quando si è sciolto, nel 1972-73, sono passato al Pci. Sono diventato un Berlingueriano di ferro»

Lo è ancora?

«Sì, penso ancora in quel modo. Certo negli anni ho cominciato a vedere le cose in maniera più razionale. Ho iniziato a istruirmi dal punto di vista politico. Come militante della sinistra continuavo ad andare ai picchetti di Mirafiori alle quattro di mattina. Ho conosciuto tanti operai Fiat e con loro abbiamo parlato molto della città. Quando si è sciolto il Pci, sono passato a Rifondazione»

E poi al Pd?

«No, non mi sono mai iscritto al Pd»

Però è stato eletto in una lista del Pd.

«Sì, il Partito democratico mi ha chiesto di candidarmi alle elezioni regionali. Non sono stato io a propormi. Mi hanno detto che sarebbe stato utile, che il mio nome “serviva”. Prima ero già stato eletto al consiglio comunale di Ivrea, sempre in una lista del Pd. Mentre ero ancora consigliere mi è stata fatta questa proposta, che mai mi sarei sognato. E ho detto sì»

Ed è andata benissimo in termini di consenso…

«Contro ogni mia aspettativa. Ho fatto una campagna elettorale in solitaria»

È stato apprezzato in Regione al punto che le hanno chiesto di correre come candidato sindaco a Torino. Se lo aspettava?

«Quando mi è stato chiesto all’inizio ero d’accordo ed ero molto volitivo e deciso. Volevo dare il massimo, anche se tutti mi dicevano che mi avrebbe rovinato la vita»

E poi, cosa è cambiato?

«Ho visto che è nata all’interno dello schieramento una divisione. C’era chi mi voleva e chi no. Ci sono state anche uscite non troppo felici nei miei confronti. Ho capito che ero divisivo e non ero quello di cui avevano bisogno»

Dal Pd si è sentito tradito?

«Non parlerei di tradimenti, né di delusione. Diciamo che speravo in qualcosa di più chiaro…»

Qual è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso?

«Erano andati a frugare nella mia vita… Trovando nulla, per altro. Io ho sempre e solo lavorato in ospedale. Non ho praticamente mai messo piede fuori. Non ho mai operato privatamente in vita mia. Qualcuno ha detto che io facevo visite a pagamento extramoenia, ma non è così»

Chi ha frugato? I giornalisti?

«No, no. Qualcuno all’interno del partito. E questo mi aveva dato notevolmente fastidio. Non mi hanno mai dato del delinquente, s’intenda, ma hanno iniziato a insinuare dei dubbi. Qualcuno poi mi ha accusato di non essere esperto di politica. Certo che non sono esperto, non ho mai fatto il sindaco»

Parliamo di ciò di cui è più esperto allora, i trapianti di fegato. Ha frequentato una scuola prestigiosa in Vietnam.

«Il Vietnam è come se fosse la mia seconda patria, anche per ragioni politiche. Era difficile andarci a studiare e mi sono fatto aiutare dal mio partito di allora, con la segreteria Berlinguer che è intervenuta per farmi avere il visto»

Qual è l’esperienza più forte che ricorda di quel periodo?

«Ho toccato con mano la realtà di una nazione poverissima, ma estremamente orgogliosa. Gente geniale i vietnamiti, che sa fare moltissime cose con pochissimi mezzi. Stavano ripetendo nella vita civile quello che avevano fatto durante la guerra, pur essendo poco forniti dal punto di vista bellico. Sono ricordi indelebili»

A livello chirurgico?

«Ho imparato. Avevano idee chiarissime su come si operava il fegato, alla loro maniera»

Cioè?

«Seguendo le scissure epatiche erano in grado di rimuovere la parte che volevano del fegato facendo sanguinare molto il paziente, ma per pochissimo tempo. Mentre le tecniche occidentali duravano ore e si sanguinava, di conseguenza, per periodi più lunghi. Alla fine quella emorragia, che sembrava grandissima, faceva sanguinare di meno il paziente»

Ha sempre voluto fare il medico?

«Quasi da subito ho deciso che volevo fare il chirurgo. Durante gli anni della facoltà, a partire dal terzo anno, mi guadagnavo da vivere facendo l’allievo capo interno alle Molinette. Ho cominciato nel reparto di otorinolaringoiatria e poi sono passato ad altri reparti, fino ad arrivare alla toracopolmonare. Qui ho avuto modo di conoscere il mio grande maestro, il dottor Borario»

Nel 2002 alle Molinette si diffuse un’epidemia di legionella che causò la morte di due suoi pazienti. Successivamente ci fu la aspergillosi, che uccide 12 ricoverati. Fu lei stesso a denunciare tutto al procuratore Raffaele Guariniello?

«Noi eravamo abituati a non avere casi di aspergillosi in ospedale. Ci rendemmo conto che c’era un cantiere nel cortile proprio sotto la sala operatoria e ci sentimmo in dovere di comunicarlo alla direzione dell’Asl. Da lì nacque lo scandalo»

Vennero condannati dei dirigenti delle Molinette…

«Sì. Per ammazzare la legionella invece bisogna far correre l’acqua, una o due volte a settimana, almeno a 70 grandi e i tubi delle Molinette non erano moderni. Ancora adesso in gran parte delle Molinette l’acqua arriva in tubi che non possono condurre l’acqua a gradazioni superiori a 70 gradi»

E quindi, come si fa?

«Le Molinette sono vecchie. In alcune parti i tubi sono stati sostituiti, dove non si è potuto sono stati messi dei filtri ai rubinetti»

È più difficile fare il chirurgo o destreggiarsi tra le correnti politiche?

«Operando in prima persona o dirigendo un reparto puoi agire direttamente e fare delle correzioni, se serve. Puoi fare una battaglia che alla fine darà frutti. In politica non ho questa stessa convinzione. Ci sono troppi fattori esterni e divisioni»

Chiamparino, ad esempio, è un amico… o no?

«Chiamparino è un amico. Non sempre la pensiamo allo stesso modo. Ad esempio per le primarie, lui sosteneva un candidato e io un altro. La mia idea è che bisogna allargare il campo dei partecipanti. Bisogna mettere qualcuno che abbia contatti con altri mondi, al di fuori di quelli del Partito»

Come andrà a finire la partita elettorale?

«È molto difficile. Penso che l’iter intrapreso non sia sufficientemente unificante. Non sottovaluto assolutamente come candidato Paolo Damilano»

Torino rischia di andare in mano alle destre?

«Mettiamola così: non è scontato che il centrosinistra vinca. È possibile, ma non è scontato»

Serviva una sinistra diversa per affrontare il post Covid?

«La sinistra di una volta allargava il campo. Oggi resta troppo rinchiusa nel suo bacino, pur grande, ma non sufficiente. La sinistra per vincere deve allargare il campo»

Anche sua moglie si è sempre interessata di politica?

«Sì, l’ho conosciuta a Ivrea, in piazza di città ai tempi del liceo. Quando ci siamo sposati non era ancora maggiorenne. Abbiamo dovuto chiedere il permesso al padre, che era il sindaco democristiano di Ivrea, il partigiano Giorgio. Senza batter ciglio ci disse subito di sì. E anche quando gli comunicammo che ci saremmo sposati in municipio, ci disse che non sarebbe stato coerente per noi sposarci in chiesa. Era una persona straordinaria. Ora viviamo in via Bertolotti, al civico dopo rispetto a quello dove è nato Gozzano»

Chiudiamo con i suoi successi sportivi. Qual è il suo record nella gara di corsa Ivrea-Mombarone?

«Due ore e 17 minuti»

E l’ha fatta 43 volte?

«L’ho sempre fatta anche nelle situazioni più difficili. Quando lavoravo a Bruxelles venivo giù la sera prima in aereo, facevo la corsa, e ripartivo la sera dopo, pronto a tornare a lavorare e a trapiantare»

Corre ancora?

«Sì. Se mi manca la corsa mi deprimo».

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