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Buonanotte

Pussa via, cagnaccio!

Come avrete letto e sentito, è morto Roberto Gervaso, il grande giornalista, scrittore, studioso, divulgatore storico, aforista. L’elegante personaggio televisivo dai 300 farfallini e dalle battute folgoranti. Della sua vita avrete letto sui giornali, non è il caso di ripetere. Fu uno degli allievi prediletti di Montanelli, al quale lo univano tre cose: l’eleganza, l’anticomunismo e la depressione. Da quest’ultima Gervaso riuscì a guarire nell’ultima parte della vita, e ne scrisse nel libro “Ho ucciso il cane nero” (Mondadori, 2014): “Quale maleficio s’insinua nella depressione? Chi decide che dobbiamo passare sotto le sue forche caudine, inermi e inerti, subendo e soffrendo? Perché la natura che ho sempre amato e onorato mi diventa ostile? Perché i libri, che sono la mia vita, perdono ogni interesse? Perché tengo alla larga gli amici e, quando mi sono vicini, è come se fossero assenti? Perché la mattina non mi alzerei mai? Il cane nero, il male oscuro, è un’ossessione senza fine, che non ti dà tregua, non si placa mai. (…) T’imbottisci di psicofarmaci, che ci vogliono, ma ben dosati: mai abusarne. L’effetto si fa sospirare e una mattina ti svegli con un’ansia che sfiora l’angoscia, ma che non è angoscia. Piano piano, impercettibilmente, le ante della tua finestra si dischiudono, ma non puoi ancora affacciarti. Solo uno spiraglio, che vagamente fa filtrare un pallido raggio di luce. È l’inizio della rinascita. Ma non illudetevi: ci vuole pazienza”. Queste parole sono, con tutte le sue memorabili opere, la sua più bella eredità. Un raggio di speranza per quelli (tanti) che il cane nero morde ancora. Grazie, Roberto.

collino@cronacaqui.it

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