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Pugni nello stomaco

Della ventennale guerra degli Usa contro i talebani afghani abbiamo sempre saputo tutto, anche se sui caduti italiani si tendeva al sussurro, per non scatenare polemiche. Le cifre sono queste: 66mila vittime nell’esercito e nella polizia del governo fantoccio appoggiato e addestrato dagli americani, 47mila civili, 3846 contractors, 2461 militari statunitensi, 1144 loro alleati tra cui 53 italiani. Totale 172.403 morti. In quattro lustri. Se passiamo dai lustri ai mesi, abbiamo invece altre cifre allucinanti in una regione dell’africa orientale dimenticata da Dio e dagli uomini, il Tigrai, aggredito dagli stati vicini di Etiopia ed Somalia. In quattro mesi ci sono stati oltre 500mila morti: quasi quattro volte più che in Afghanistan in un tempo 60 volte inferiore. E poi 5 milioni di feriti, 60mila profughi (quelli riusciti a fuggire in tempo nel vicino Sudan), interi villaggi distrutti, case incendiate, civili deportati chissà dove. Milioni di tigrini non hanno più nulla, cibo, acqua, medicine né Onlus che li curino, occupate come sono in posti mediaticamente più redditizi e militarmente meno pericolosi. Incalcolabile il numero delle donne stuprate dagli invasori, con dettagli raccapriccianti come l’uccisione durante i rapporti forzati, gli sbudellamenti, la decapitazione dei figli più piccoli per giocare a pallone con la testa. Ne sapevate qualcosa? Io no, fino a quando non ho sentito un profugo raccontarlo per radio. Sono questi i profughi che sarei pronto ad ospitare addirittura a casa mia, non quei mori che vedo scendere sorridenti dalle navi Onlus a Lampedusa, con cellulare di ultimo tipo e cagnolini al seguito. Sappiatelo.
collino@cronacaqui.it

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