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Il Borghese

Provate a fare due conti…

Messa nero su bianco, con una tragica conta dei posti di lavoro perduti e delle automobili che produciamo ormai con il contagocce, la nostra storia industriale, per l’esattezza quella che ci portò ad essere la vera Capitale dell’industria italiana, disegna orizzonti cupi. E induce a riflettere su scelte passate, come quella di trasformare gli stabilimenti che sfornavano utilitarie al ritmo di quasi duecentomila l’anno, in quel “Polo del lusso” che poi si è trasformato in una disfatta. Non si sopravviverà, mi disse un vecchio sindacalista, producendo Maserati, anche se sono tra le auto più belle del mondo. Aveva ragione, a vedere i numeri, poco più di seimila in un anno, pur bisesto e funesto come il 2020. In realtà a Torino, probabilmente per scelte d’azienda non sono stati affidati i modelli che, pur nella crisi generale, continuavano a tirare. Come la Jeep, diventata un simbolo a suo modo. E così l’ex Capitale è scivolata all’ultimo posto rispetto ad altre regioni (un esempio, la Basilicata con lo stabilimento di Melfi). Così si è arrivati a perdere 32mila posti di lavoro in 12 anni, mentre l’indotto celebrava oltre 370 funerali di piccole e medie imprese, mentre altre sceglievano regioni più fruttuose sotto il profilo della produttività. Fenomeni associati a un crollo della produzione di auto terrificante, fino al meno 83% dello scorso anno. Lo dice una ricerca di Cgil-Fiom, in un silenzio da parte di quelli che dovrebbero essere gli osservatori primari, Confindustria, Unione Industriali e soprattutto il Governo. Come se Torino e il Piemonte, classificati come “Area di crisi”, non meritassero un progetto di rinascita e, soprattutto, una governance sui cambiamenti, le rivoluzioni aziendali, le vendite e, tristemente, le chiusure che costellano il mondo dell’automotive.

fossati@cronacaqui.it

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