Gabriele Lavia con la moglie Federica Di Martino
Spettacolo
GABRIELE LAVIA

«Porto il maschicidio in palcoscenico»

L’attore protagonista da martedì al Carignano con “Le leggi della gravità” di cui è anche regista: «Nessuno può sfuggire ai propri fallimenti»

Questa volta non si tratta di femminicidio ma di “maschicidio”, «la cronaca è piena di femminicidi, i “maschicidi” invece sono casi eccezionali. Ma di entrambi è importante parlare» dice Gabriele Lavia. E l’attore milanese lo fa martedì sera al Teatro Carignano di Torino quando con la moglie Federica Di Martino e con Enrico Terzillo porterà in scena “Le leggi della gravità”, un atto unico tratto dal romanzo di Jean Teulé “Les lois de la gravité”, con la regia dello stesso Lavia (in replica fino al 27 giugno). Si alzerà alle 19,30 il sipario rosso del Carignano – «il sipario è rosso perché – spiega Lavia – questo colore nella storia del teatro è il colore del sangue degli occhi di Edipo. Quel sipario ricorda, rammemora, fa rivivere il momento in cui Edipo si acceca, perché soltanto da cieco può finalmente vedere. Solo quando la rappresentazione è finita, lo spettatore può comprendere il senso profondo di sé» – per raccontare ciò che successe in una notte “fredda e tempestosa” in Normandia.

In quella notte una donna si reca in commissariato per confessare l’omicidio del marito violento, caso avvenuto dieci anni prima e all’epoca archiviato come suicidio: l’uomo si era gettato dell’undicesimo piano del palazzo. Manca poco più di un’ora allo scadere dei termini per la riapertura del caso e solo ora la donna afferma di averlo spinto lei stessa giù dal balcone. Una congiuntura spazio temporale in cui prendono forma due leggi di gravità diverse, quella fisica e quella metafisica. E mentre quella fisica è misurabile, è di 9,81 metri al secondo, quella metafisica non lo è. «Alla legge fisica di gravità non si può sfuggire – è ancora Lavia -. Ma a quella metafisica? A quella dell’essere umano? La legge non misurabile dell’amore, del dolore, della rabbia, del senso di colpa, del fallimento, della incertezza dell’essere, non è meno ineluttabile dei nove e ottantuno metri al secondo. L’uomo cade nella vita. Cade nel suo dolore, come cade nella felicità e nel successo. L’uomo cade, precipita nel fallimento, da fallere, cadere, e fa male. In una notte freddissima un uomo e una donna prendono coscienza delle loro cadute. Ma vivere forse è la presa di coscienza dei propri “dolorosi” fallimenti».

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