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Poppea

Ieri maltempo in tutta Italia. Subito battezzata “ciclone”, la perturbazione Poppea ha portato venti fortissimi, piogge e mareggiate dalla dorsale adriatica alla Sardegna, e nevicate sull’arco alpino. Ovunque meno che in Piemonte, dove c’erano un bel sole e un freddo secco più che sopportabile. Mi piace gioire di un privilegio meteorologico. L’estate scorsa mentre tutta l’Italia crepava sotto un caldo africano, qui a Torino il caldo era tutto sommato sopportabile. Quello asfissiante è durato solo due o tre settimane. Parlo di quel caldo che ti spinge la sera a cercar refrigerio nelle bocciofile ai piedi della collina (noi che ce l’abbiamo, la collina…), a godere la brezza che cala dall’Eremo e dal Pino. Godiamoceli, questi privilegi. Se tira forte il vento ci si mette sempre al riparo di un muro, quando c’è, e noi ce l’abbiamo, questo muro: sono le Alpi incombenti che ci riparano a nord ovest dal maestrale e a nord dalla tramontana. E non ci riparano solo dai venti: quando nel 1563 il duca di Savoia Emanuele Filiberto decise di spostare la capitale del Ducato da Chambéry a Torino (che allora era più piccola di Chieri e contava solo poche case all’interno del castrum romano) la dotò subito di una fortezza formidabile, la cittadella pentagonale, prodigio della più avanzata architettura militare di quei tempi. Lo fece per difendersi dalle invasioni francesi (che infatti non mancarono nei secoli successivi), ma era ben consapevole che la fortezza vera contro i pericoli del nord (i venti come gli eserciti) erano loro: le Alpi, a quel tempo senza buchi. Contro quel muro mi rannicchio con gioia anche oggi. Poppea fu bella donna? Se la godano pure gli altri.

collino@cronacaqui.it

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