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Buonanotte
EDITORIALE DEL GIORNO

Pompa Ghindo

Ieri era San Giuseppe. Meno due alla primavera. Da un po’ è la festa dei papà, e il minusié di Nazareth è contento che lo si consideri tale, a dispetto dei colombi. Ma per gli sportivi il 19 marzo è dal 1907 il giorno della “classicissima” del ciclismo, la Milano-Sanremo. Una corsa di 293 Km, otto ore di pedalate ai 50 all’ora. Un suo vecchio protagonista (Bettini, che l’ha anche vinta) la definisce “tre tappe di fila, una di paradiso una di purgatorio e una d’inferno”. Paradiso da Milano al rifornimento di Ovada (andatura turistica e battute). Purgatorio dal Turchino ai tre capi (Mele, Cervo e Berta) e inferno negli ultimi 27 km. con il Poggio e la volata. Ieri ha vinto lo sloveno Mohoric, capace di buttarsi giù dal Poggio a una velocità tale che faceva i tornanti in derapata, intraversando la bici. E’ così che ha guadagnato quel ciuffo di secondi che gli ha permesso di evitare la volata. Ma la Sanremo è anche un ricordo dolce di quand’ero gagno e la vedevo passare a Laigueglia dalla terrazza di nonna Nora. Un’attesa di due ore, piena di ciclisti “in fuga” che mancando le radiocronache potevano essere veri e invece erano finti, erano dei dilettanti vestiti da corsa che s’infilavano per strada sull’Aurelia per poter pedalare, raggiunti dal plotone, qualche minuto fra i grandi. I nomi li sapevo tutti: erano sulle birille di plastica con cui giocavamo in spiaggia. Il passaggio del gruppone, annunciato dalle ammiraglie e dalle auto pubblicitarie, era un brivido. Si sentiva distintamente il ronzìo di quel centinaio di moltipliche, sembrava d’essere in mezzo ai corridori, di toccarli, e non più solo di vederli su “Calcio e ciclismo illustrato”. Persino San Giuseppe tifava.

collino@cronacaqui.it

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