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MARIA TERESA NOVARA

Una pm “riapre” il caso della ragazzina stuprata e lasciata morire di stenti

Maria Teresa non è stata dimenticata e cinquant’anni dopo a rendere onore e giustizia alla sua terribile morte è una donna che si è ritagliata del tempo prezioso per ricostruire ciò che accadde fra la data del rapimento e il ritrovamento del corpo senza vita alla Barbisa. È il sostituto procuratore della Procura di Asti Laura Deodato, lo stesso pm del caso Ceste Buoninconti e dell’omicidio Bacco, tanto per citare i suoi due casi più conosciuti.

Sulla sua scrivania, a seguito della richiesta di riapertura indagini formulata da Stefano Cattaneo e Marilina Veca, autori di un libro-inchiesta sulla morte di Maria Teresa Novara, è ritornato questo “cold case”. E la dottoressa Deodato, con la straordinaria professionalità che la contraddistingue, si è avvicinata alla storia di Maria Teresa con puro spirito investigativo per capire se fosse possibile, ancora oggi, addebitare a qualcuno la responsabilità della sua morte. Con l’unico reato che ancora sussiste, ovvero l’omicidio volontario che non si prescrive mai. Perché gli altri reati che si possono ipotizzare in questa vicenda (rapimento, violenza sessuale, favoreggiamento) hanno già raggiunto il limite di prescrizione.

Ha cercato e studiato il fascicolo originale ripescato dagli archivi della Procura: ingiallito e relativamente “sottile” rispetto a quanto potrebbe invece essere un caso analogo contemporaneo, costituito dalle copie in carta carbone battute a macchina, da appunti scritti a mano e da verbali e relazioni che riflettono il linguaggio investigativo dell’epoca. Dopo una ricerca non facile è riuscita a recuperare anche quel poco di reperti archiviati, costituiti prevalentemente dalle riviste e dai fumetti dati in lettura a Maria Teresa che portavano, sui margini, alcuni commenti sul suo carceriere scritti dalla bambina.

Ma alla dottoressa Deodato non è bastato per fare un salto indietro nel tempo: ha letto e riletto tutti i ritagli degli articoli (numerosissimi) pubblicati all’epoca e, infine, ha acquisito i codici dell’epoca e si è ristudiata la procedura penale di allora. Questo sul fronte documentale. Cui ha aggiunto una importante fase di acquisizione di testimonianze dei protagonisti della vicenda ancora in vita. Anziani e in condizioni di salute non eccellenti.

Nell’ufficio del pm, al secondo piano del Tribunale di Asti, è stato a lungo sentito Antonio Borlengo, vicino di casa della Barbisa che sapeva della presenza della ragazza nella casa in cui viveva Calleri e che 50 anni fa venne già arrestato e subito liberato. Molto anziano, quasi interamente cieco, sordo, accompagnato dai figli, per ore è rimasto nell’ufficio della Deodato. Per 50 anni su di lui si sono concentrate le accuse dell’opinione pubblica: sapeva che Maria Teresa era lì e non fece nulla per salvarla. Ma basta questo a ipotizzare un’accusa di omicidio volontario nei suoi confronti? «No, non basta – risponde la dottoressa Deodato -. L’accusa può reggere solo nei confronti di chi sapeva che alla Barbisa era segregata Maria Teresa, che sapeva che Calleri la rinchiudeva nella botola prima di andarsene, che sapeva che Calleri era morto annegato a Torino e che nessun altro si sarebbe occupato della bambina. E questa persona non è Borlengo, perché la notizia della morte di Calleri arrivò dopo alcuni giorni e lui non è detto che sapesse che la bambina era rinchiusa nel nascondiglio sotterraneo». Borlengo è mancato qualche mese dopo essere stato interrogato in Procura ad Asti.

Un altro protagonista di questa vicenda è stato convocato dal sostituto procuratore Deodato. Si tratta di un “collega”, il dottor Mario Bozzola, procuratore di Asti in pensione che della vicenda di Maria Teresa ha fatto il caso della sua vita. Anche lui anziano e sofferente, non si è sottratto al confronto con la giovane pm per fornirle informazioni e dati sull’indagine da lui condotta all’epoca. «Ho molto apprezzato il lavoro di chi indagò allora – ha commentato il pm Deodato -. Fu esplorato ogni aspetto della vicenda, dal rapimento agli otto mesi di ricerca di Maria Teresa fino al suo ritrovamento. Venne fatto tutto quello che si poteva fare con gli strumenti dell’epoca».

L’unico aiuto che le tecnologie investigative moderne avrebbero potuto fornire allora riguarda l’analisi delle tracce genetiche per collegare le persone alla loro presenza nella Barbisa e all’abuso sessuale nei confronti di Maria Teresa.

Ma da molti anni la Barbisa ha cambiato proprietari, la scena del crimine è irrimediabilmente contaminata e la violenza sessuale è un reato prescritto. Sottolineando la tenerezza del dottor Bozzola che, lungo tutto il colloquio, ancora emotivamente coinvolto nonostante fosse passato mezzo secolo, si è sempre riferito a Maria Teresa chiamandola «la bambina». Ancora oggi una risposta a certa stampa dell’epoca che invece la considerava già quasi donna buttandole addosso una qualche responsabilità negli abusi sessuali che dovette subire.

In questo “giro” di testimonianze è entrato anche il professor Baima Bollone, anch’egli oggi ottuagenario, ma all’epoca medico legale incaricato di eseguire l’autopsia su Maria Teresa il quale ha confermato alla dottoressa Deodato quanto riportato nella relazione allegata al fascicolo, compresa la stima delle ore di sopravvivenza in quella “tana”scavata nella terra prima della morte per asfissia. Disinnescando anche quel terribile dubbio sul fatto che la mancanza di aria nella “prigione” di Maria Teresa fosse stata accelerata dall’otturazione delle prese d’aria esterne con dei giornali appallottolati da parte di qualcuno che, saputo della morte di Calleri e sapendo della presenza della bambina là sotto, avesse volontariamente voluto così causare il suo decesso. «Se i giornali usati fossero stati successivi all’annegamento di Calleri – commenta il pm Deodato – non sarebbe sfuggito agli attenti investigatori di allora: sarebbero stati sequestrati e sarebbero state fatte indagini in quella direzione».

Dunque Calleri e la sua morte improvvisa sono gli unici responsabili della fine di Maria Teresa? «Secondo me no – risponde la dottoressa Deodato – Dalla lettura degli atti l’unico cui forse si poteva addebitare la responsabilità della morte della bambina era Luciano Rosso, il complice di Calleri nel rapimento di Maria Teresa nella casa degli zii a Villafranca (per il quale venne riconosciuto colpevole, venne condannato e scontò la pena ndr). Rosso era anche il “socio” diCalleri nei furti e nelle loro scorribande. È stato riconosciuto colpevole del rapimento, quindi sapeva che Maria Teresa viveva alla Barbisa da dove partivano sempre per andare a fare i loro “colpi”. È molto probabile che conoscesse l’abitudine di Calleri di rinchiudere la bambina nella botola sotterranea quando uscivano per portare a segno i loro colpi. Ed è sempre lui che, catturato dopo l’annegamento di Calleri, ha dato un nome falso del complice, allungando i tempi per arrivare alla sua vera identità e residenza». Ritardando così il sopralluogo alla Barbisa che portò alla scoperta del corpo senza vita di Maria Teresa, deceduta poche ore prima.

E Luciano Rosso è deceduto l’anno scorso. Forse all’epoca si sarebbe potuto indagare di più su chi sapesse della presenza della bambina alla Barbisa e del gruppo di uomini che abusarono di lei, ma il muro di omertà contro il quale sbattè il dottor Bozzola è ancor oggi fonte di critica nei confronti di un intero paese. La morte di Maria Teresa salvò molti uomini, alcuni dei quali “notabili”, dall’accusa di violenza sessuale su minorenne. E le donne che sapevano (dalle mogli dei violentatori alle commercianti presso le quali si riforniva Calleri) tacquero.

Le indagini si chiudono qui. Nessun colpevole. Ma il lavoro svolto dalla dottoressa Deodato, cinquant’anni dopo, vale oro.

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