davide scabin
Il Borghese
L’EDITORIALE

Pezzi di vita in svendita

Vendute al miglior offerente anche forchette e tazzine da caffè del Combal Zero

Sono sogni che si infrangono contro la dura realtà dei fatti: debiti da onorare, mutui da pagare, attività imprenditoriali che non decollano. Oppure sono sfortune, calcoli fatti male, “incidenti giudiziari”: conti aperti con lo Stato o con i creditori che devono essere saldati. E così il quadro di De Chirico finisce dallo sfarzoso salone della villa di campagna al tavolo spoglio di un deposito del Tribunale, mentre l’anello con lo zaffiro scivola via per sempre dalle dita della nonna per essere svenduto al miglior offerente. Di aste giudiziarie, a Torino, se ne battono anche cento al giorno. E le cifre, a volerle analizzare, diventano un termometro per valutare lo stato di salute di una città e di una provincia che non stanno affatto bene.

Quello che i numeri non raccontano, però, sono le storie, e soprattutto i drammi, di chi, nel vortice dei pignoramenti, delle ipoteche e dei fallimenti ci è finito. Perché dietro le imprese, ci sono gli uomini. E solo chi ci sia passato può capire cosa significhi portare i libri in tribunale. Vicende tutte diverse, che in comune hanno soltanto il finale. Con pezzi di vita che passano di mano al prezzo stabilito da un perito che nulla ha che vedere con il valore reale di quelle cose per le persone.

E viene un groppo in gola quando si scopre che i piatti, le bottiglie di vino, le posate e le pentole che scorrono nella fotogallery di un sito di aste giudiziarie sono stati parte di una storia che ha fatto grande non soltanto uno chef, ma anche il nostro Piemonte. Una storia che parte da lontano, quella di Davide Scabin. Da una piccola trattoria di Almese (il Combal) che, in tempi non sospetti, serve menu creativi. E poi prosegue in un ristorante ultramoderno, tutto di cristallo, accanto a quel tempio italiano dell’arte contemporanea che è il Castello di Rivoli. È il Combal Zero. E nel mondo dei gourmet, il suo creatore diventa presto il genio di Rivoli. Arrivano da lontano per gustare l’ostrica virtuale, la fassona al camino, la fusione a freddo o i rognoni al gin. Un luna park del gusto, un concentrato di solidità e concretezza in cui si fa largo una cucina che mira dritta alla pancia e diverte con effetti speciali. «Poche note – scrive la giornalista enogastronomica Alessandra Meldolesi – sono sufficienti per presentarlo: basta dire che ha cambiato la storia della cucina». Ma poi qualcosa va storto. Il Castello di Rivoli comincia a chiedere il pagamento degli affitti arretrati, minacciando azioni legali. Nel 2015, la querelle finisce sui giornali.

Il Combal zero chiude. Lo chef, dopo un periodo di pausa, si trasferisce a Torino con una nuova idea. Una nuova sfida. Scabin Qb a Porta Palazzo, nel Mercato Centrale. Ma anche questa favola è senza lieto fine. «Il ristorante – ha spiegato qualche giorno fa la proprietà – non riapre a causa dei rincari energetici e delle materie prime, che non permettono di offrire proposte culinarie a prezzi accettabili e consoni alla filosofia aziendale». Anche questa volta, grandi titoloni che sono il prezzo della fama, quando le cose, per chi è salito sulle stelle, non girano più bene. Il resto della storia, è scritto nel linguaggio asciutto e asettico delle carte di tribunale. Nell’estratto della “sentenza dichiarativa di fallimento” di Ristoria di Scabin Davide &C depositata in cancelleria il 2 dicembre dell’anno scorso con cui un giudice della sesta sezione civile nomina un curatore e fissa l’adunanza per l’esame dello stato passivo il primo marzo del 2022.

I beni della società, in parte custoditi nel Castello di Rivoli, vengono messi all’asta. C’è un motorino e c’è una Fiat Panda. Un elenco lungo una pagina e mezza di baroli, barbareschi e altri vini pregiati italiani e francesi. Il prezzo base era stato fissato a 7mila euro, chi si è aggiudicato la gara magari avrà speso un po’ di più, ma sicuramente assai meno del valore reale. Tralasciando gli aspetti affettivi, ovviamente. Che soprattutto scorrendo le voci di un altro lotto, il numero uno con base d’asta 2.320 euro, custodito nei locali del ristorante tra i cristalli, fanno gonfiare il cuore di lacrime. Annota il perito, tra le altre cose: otto vasche porta cibo, pentole e padelle varie, tre porta caviale, 185 forchette grandi color argento, 136 forchette piccole color argento, 102 orchette da pesce color argento. E poi 13 piatti modello Victoria fondo piccolo, piatti modello Solaria per segnaposto, 51 piatti modello Solaria per pane. L’elenco prosegue. Tutte le cifre sono accompagnate da un circa, che non si capisce bene cosa voglia dire. Tranne i 4 decanter e le due tazze da moka. Pure queste, pure le tazzine del caffè, sono finite al miglior offerente.

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