Jacobs
Cultura
IL FIGLIO DEL VENTO Marcell Jacobs si mette a nudo, dai disegni senza il papà all’infortunio che lo ha fatto rinascere

«Per essere i migliori bisogna soffrire»

Il campione olimpico ha presentato al Salone il suo libro: “Flash” in cui racconta le difficoltà superate per raggiungere la vetta

«Hai un sogno? Cosa vuoi fare nella tua vita da grande?». Marcell Jacobs, l’uomo più veloce del mondo, pone queste domande al figlio nel suo ultimo libro “Flash, la mia storia” pubblicato con Piemme e presentato ieri al Salone del Libro. Lui, un altro “figlio del vento”, che un padre non ce l’ha mai avuto, ha cercato per tutta la vita di dare una forma al suo vuoto interiore che lo accompagna fin da bambino.

«A scuola disegnavo solo mia madre perché non avevo la figura paterna di riferimento» ha ammesso Jacobs che ha deciso di mettersi “a nudo” raccontando tutte le difficoltà incontrate fin da bambino che lo hanno accompagnato fino alla medaglia d’oro nei 100 metri nelle Olimpiadi di Tokyo lo scorso anno. «Non sono un supereroe, il potere si costruisce – spiega -, la vita non ti regala niente, se vuoi qualcosa devi andartelo a prendere, io non sono nato con il dono della corsa ma mi sono allenato tanto per ottenerlo e la complessità della vita mi ha aiutato a raggiungere l’obiettivo».

Tra queste, oltre alla mancanza del padre, c’è di sicuro l’infortunio nel 2017 che gli ha procurato una lesione al bicipite femorale costringendolo a uno stop di quattro mesi. «L’infortunio è stato pesante, ma sono riuscito a trasformare questa caduta in opportunità, passando dal salto in lungo alla velocità» spiega l’uomo più veloce del mondo che ieri, ha ricordato anche i momenti belli della sua vita. Dall’amicizia profonda con il coach Paolo Camossi, all’amore per la famiglia e gli incontri con i ”grandissimi” dell’atletica.

«Mi ero sempre trovato bene con Paolo ed è stato lui a convincermi a stravolgere la mia vita lasciando casa mia a Desenzano del Garda, non è stato semplice ma è stata la scelta giusta che mi ha permesso di crescere». La figura di riferimento per il texano (Jacobs è nato a El Paso) è di certo il nonno Osvaldo a cui il velocista ha dedicato la vittoria alle Olimpiadi. «Lui ha sempre creduto in me, come quando da piccolo vedevo gli altri andare sulle moto da cross e io, non avendola, mi mettevo a correre come se stessi cavalcando una motocicletta. Mio nonno mi chiamava “motoretta umana” e credo sia stato quello il primo stimolo che mi ha fatto scoprire che la corsa era l’unica cosa che mi rendeva felice. Ringrazio anche mia madre che per non farmi mai mancare niente faceva tre lavori».

Tra le altre figure di riferimento c’è il campione di origine statunitense Andrew Howe: «Mi riconoscevo in lui per il colore della pelle e sognavo di diventare come lui». Sfogliando le pagine del libro si scoprono le varie sfaccettature della personalità di Jacobs, tra queste c’è anche la timidezza. «Ho avuto modo di conoscere Carl Lewis, il mio idolo da sempre, mi chiamano anche “figlio del vento” come lui, ma quando l’ho incontrato sono rimasto di ghiaccio. Lo stesso mi è successo quando ho incrociato Bolt nello studio medico a Monaco di Baviera, ora però siamo amici, mi scrive sui social». Un sogno da realizzare? «Beh, visto che non posso più sfidare Bolt, ora punto a vincere i mondiali».

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