penitenziaria
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Pena senza condanna

I fatti del Beccaria di Milano, con l’evasione di sette giovanissimi detenuti – con una dinamica più da ragazzi della via Pal che da strategia criminale, uno era andato dalla nonna -, tutti tornati in carcere, hanno riacceso un faro sulla situazione drammatica delle carceri italiane, soprattutto di quelle minorili. Si è soliti usare il termine “polveriera”, come per indicare una situazione potenzialmente devastante, a rischio esplosione: beh, quella c’è già stata e non certo da ieri. Strutture inadeguate, sovraffollamento, suicidi – anche tra gli agenti -, aggressioni, tensioni, il catalogo è ampio e viene saccheggiato volentieri da certa politica per una sparata, una conferenza stampa, un tweet. Se guardiamo i soli numeri, in carcere a Torino abbiamo 1.371 detenuti, dei quali circa 800 scontano una pena in seguito a condanne definitive. Significa che oltre 500 stanno scontando una pena non ancora comminata. Stesso scenario al Ferrante Aporti. Ripete spesso l’ex magistrato Gherardo Colombo che il carcere, così com’è, «non serve», che è punitivo e non rieducativo, che è «una discarica sociale» e se lo dice lui, anche considerando quanto uso di carcerazione preventiva fece il pool di Mani Pulite… La prospettiva sarebbe quella di rivedere un sistema che andrebbe riavvicinato ai principi della Costituzione. Quanto è assurdo tenere in cella un minorenne in attesa di processo, solo perché non si riesce a individuare un percorso differente, ma solo stanziare milioni di euro per rifare le strutture? Se diverse sono le storie, le colpe, così devono esserlo le pene e le strutture e le modalità di espiazione. Manco Dante, che creò un intero Inferno, metteva tutti nello stesso girone. A guardare le carceri oggi, si limiterebbe a scrivere la parte delle Malebolge.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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