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Buonanotte
EDITORIALE DEL GIORNO

Pedagogia d’antan

Ricordo d’infanzia. Ho sempre amato moltissimo mia madre Fulvia. Classe 1913, bellissima, fisico da pin-up (altezza 1,75, misure 90-60-90) era cresciuta sotto la personalità soverchiante di nonna Nora. Con noi tre fratelli era un perfetto scorpione: tenera, passionale, abbracciona e baciona, ma anche severa e persino vendicativa. Non ci lesinava sculaccioni e schiaffi, e usava persino il battipanni. D’altra parte lei l’ultima sberla sulla bocca da nonna Nora l’aveva ricevuta a 27 anni. E poi allora usava così: molti miei compagni di scuola avevano padri che li prendevano a cinghiate. Ma ecco il ricordo. A tre anni feci la tosse asinina, e quando sentivo arrivare le sue crisi (dolorose) dicevo “merda merda merda” prima di mettermi a tossire. Mamma mi sgridava: “non si dice quella parolaccia, guarda che prima o poi te la faccio mangiare”. Una volta successe mentre lei prendeva il tè con le amiche. Mi cacciò dal salotto sibilando “facciamo i conti dopo” e quando le madame se ne furono andate, li fece. Prese dal pannolino di Consolata, la mia sorellina di due anni, una ditata di popò e me la mise in bocca: “Così impari, ti avevo avvertito”. Io non osavo sputarla per non farla arrabbiare (di lei avevo un timore reverenziale), ma non volevo neanche deglutirla perché mi faceva senso. La tenni sotto la lingua per un periodo che mi parve lunghissimo finché, con stupore, mi accorsi che non ce n’era più. Pian piano l’avevo diluita e inghiottita con la saliva. Ebbene: non solo non provo alcun risentimento verso mia madre per quella punizione, ma nel ricordarla m’intenerisco. Eravamo tre piccoli diavoli, e poi in fondo mi aveva solo preparato a quello che tocca a tutti nella vita.

collino@cronacaqui.it

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