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Il Borghese

Il paradosso della “Capitale”

La città dell’auto va a piedi. Sembra un paradosso che Torino dopo esserne stata la Capitale, oggi demonizzi le quattro ruote quasi si commettesse peccato a usare l’auto invece della bicicletta, del monopattino e, soprattutto dei mocassini. Una rivoluzione ormai percepibile a tutti, tra aree pedonali, “zone 20” e “zone 30” e piste ciclabili. «Per insegnare ai torinesi – come disse Chiara Appendino – che un’alternativa all’auto esiste. E si può praticare». Lasciando la parte le tradizioni industriali della città che invoca la riapertura delle fabbriche, le decine di migliaia di cassa integrati tra metalmeccanica e manifattura, ma soprattutto gli annosi problemi dei trasporti pubblici e l’unica linea di metro, la tentazione di assomigliare a città come Copenhagen, non è solo lecita, ma auspicabile nel futuro. Ciò che colpisce in questa corsa a stringere le corsie automobilistiche (vedi via Nizza) o a disseminare piste ciclabili lungo i corsi insieme alle pedonalizzazioni senza reali progetti per difendere vita e lavoro di residenti e commercianti, è la politica a pioggia senza un apparente progetto complessivo per la città. Partendo dal centro, ormai a misura di podisti e dimenticando le periferie, come Santa Rita, San Paolo, Mirafiori e Barriera di Milano «ove creare piazze vivibili in corrispondenza di attività che portano aggregazione», come dice l’architetto Benedetto Camerana. Un po’ come dire che la politica deve avere equilibrio e che certe innovazioni devono tenere conto che esistono anche gli altri, che dell’auto non possono fare a meno. Con ciò siano benvenute via San Francesco da Paola, via Borgo Dora, l’Esedra di piazza Carducci, via Petitti e il controviale di corso Fiume. Rigorosamente vietate alle auto.

fossati@cronacaqui.it

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