Papa Francesco (Depositphotos)
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Papa Francesco come Wojtyla

Papa Francesco vuole andare a Kiev. Alza gli occhi come a ringraziare per la domanda che gli fa un cronista mentre l’aereo che lo porta a Malta, sta quasi per atterrare. «Sì, l’invito di Zelensky è sul tavolo…». E’ l’incipit di una giornata tutta dedicata a questa guerra terribile che sta costando la vita a tanti innocenti. E il suo invito a dimenticare tentazioni di supremazia e di aggressione che stanno «trasformandosi in una terza guerra mondiale a pezzi» è forte. Non cita mai Vladimir Putin, proprio come non lo ha mai fatto dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Ma è chiarissimo che pensa allo zar quando afferma «che ancora una volta qualche potente, tristemente rinchiuso nelle anacronistiche pretese di interessi nazionalisti, provoca e fomenta conflitti mentre la gente comune avverte il bisogno di costruire un futuro che, o sarà insieme, o non sarà». Un monito a cui Papa Francesco fa seguire un invito, pesando attentamente le parole: «Ora, nella notte della guerra che è calata sull’umanità non facciamo svanire il sogno della pace». Quando il suo viaggio in territorio di guerra avverrà, non è dato di saperlo. Ma sarà un gesto simbolico dalla portata enorme, uno di quei gesti storici che, forse, hanno un solo precedente che risale a più di quarant’anni fa: il viaggio di Papa Wojtyla nella sua Polonia quando appena eletto tornò a casa e squarciò il velo sull’oppressione comunista affidando a Lec Walesa le chiavi che avrebbero aperto le porte del paese ex sovietico alla rivoluzione democratica di Solidarnosc. Ora lo scenario è tuttavia assai diverso: c’è una guerra in corso con un evidente scontro da colossi scatenato da un dittatore innominato che ha dato segni di grande imprevedibilità. Dunque è evidente che la diplomazia vaticana stia valutando attentamente i tempi e anche le opportunità per evitare che il viaggio del Pontefice non appaia come un gesto politico, ma semplicemente un atto di carità e di pace. Per ora il conflitto non offre questi spiragli. Anzi, con il passare delle ore ci sono segnali inquietanti non solo di violenze anche gratuite sulla popolazione, ma di strategia militare da parte dei russi che rende illusorio il cessate il fuoco promesso. Come si teme da più parti i russi stanno ritirandosi soltanto per riorganizzare gli attacchi, mirandoli su obiettivi che potrebbero andare nella direzione della conquista definitiva del Donbass e dei porti sul Mar Nero. E lo testimonierebbero i bombardamenti su Odessa e le truppe dello zar che si starebbero posizionando in Transnistria. Con la preparazione secondo gli esperti di un inferno di fuoco sul sud est del Paese, quel territorio che Putin ha rivendicato fin dall’inizio come parte dell’ex impero sovietico.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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