Ortiche e sete

Foto Depositphotos

Serata tiepida. Mi siedo con un gruppo di amici gourmets nel déhors di un ristorante del centro. Tavolini minimi, distanze Covid ignorate, ma per me va bene, sono negazionista. Il menu è di quelli con l’articolo prima di ogni piatto. Astuzia linguisitica nota, nel mondo della ristorazione. Non “trenette al pesto”, ma “LE trenette casalinghe con pesto della Liguria”. Non “vitello tonnato” ma “IL girello di sanato in salsa tonné”. L’effetto lo capite. Non ti vendono UNA cotoletta alla milanese, ma LA cotoletta alla milanese. Quella vera. Quella e non le altre, anonime e infedeli. Tutto ha l’articolo: IL vitello fassone di Carrù brasato al barolo, IL bonèt all’amaretto del Sassello, ecc. Ad ogni arrivo si intrecciano i commenti, si scambiano assaggi, si lodano o si criticano i vini per la componente tannica leggermente astringente o la spalla acida poco avvertibile. Io mangio e taccio. È roba buona. E poi gli esperti sono loro. Ma mi cade l’occhio (e lo ordino subito, incuriosito) su “IL flan di zucca e Raschera d’alpeggio Dop con ortiche di Pecetto”. Provoco i gourmets: «Ma perché le ortiche di Pecetto?» E mi arrivano le spiegazioni: è la terra collinare argillosa che le favorisce…. è l’esposizione a sud che asciuga la foglia e la rende più gustosa… sono i ciliegi che le ombreggiano e le addolciscono con le ciliegie cadute… è una tradizione torinese, le portavano al mercato già nel ‘700 le contadine pecettesi con le uova e le robiole… assaggia, senti che sapore speciale, deciso, erbaceo… Passa la padrona, ne approfitto: «Come mai, signora, le ortiche di Pecetto?» – «Perché abito là, e mi vien comodo raccoglierle in giardino». Sipario.

collino@cronacaqui.it

CONDIVIDI
TI POTREBBE INTERESSARE ANCHE
loop-single