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Cronaca
Quattro anni fa hanno comprato i terreni

Orti trasformati in case: la beffa dei 50 abusivi sulle sponde dello Stura

Un ponte levatoio, rottami e mini alloggi di fortuna. E tornano le grane degli incendi e delle discariche

Divanetti comprati in fretta e furia, tavoli e sedie mimetizzati dentro ex orti abusivi trasformati poco alla volta in mini appartamenti di fortuna. La stradina sterrata che costeggia l’ex campo nomadi, chiuso nel 2014, è la porta di un mondo nascosto e quasi silenzioso. Macchine con targa romena e bulgara, (se ne trovano un paio) rifiuti e macerie danno il benvenuto in una realtà che, sorniona, è cresciuta di mese di mese, di anno in anno. «Alcuni italiani hanno venduto i loro orti a famiglie romene, forse a zingari» ci racconta un anziano, verosimilmente un coltivatore. Poche parole, prima di tirar dritto e sparire dietro un cancello. A sorprendere non sono solo le casette ma quel curioso ponte levatoio, quasi a riprendere lo stile medievale. Costruito con quattro assi di legno e con quel che passava il convento. Percorrendolo si entra in un’altra “zona franca” dove spuntano, come funghi, altri rifugi. Invisibili dalla strada.

LA GRANDE BEFFA
Le reti di protezione e le tende non mancano, il segno che chi è venuto ad abitare da queste parti non vuole essere disturbato. Peccato che il fumo che fuoriesce copioso da alcune baracche tradisca chi da tempo tenta di passare inosservato. Con i soldi del progetto “La città possibile”, costato 5 milioni di euro e presentato come un «patto di emersione» per lo sgombero di lungo Stura Lazio, in molti hanno solo fatto finta di tornare nei loro paesi d’origine. Si sono giusto spostati di una manciata di metri. All’inizio in pochi, poi sempre di più. Complice anche la chiusura del campo di via Germagnano, questo labirinto di viuzze infinite tra gli orti si è trasformato in un’isola felice. Parola d’ordine: non dare nell’occhio. Chi vive vicino al fiume ha scelto questa vita da mesi, altri da anni. Tra loro persone che per mancanza di altre possibilità hanno deciso di acquistare a poche lire gli orti e adattarli poi a casa. Affittandoli persino a terzi, in caso di allontanamento (forse per evitare occupazioni, ironia della sorte). Sui cancelli un numero di riconoscimento, appena fuori dall’abitazione. Oltre ogni porta si possono trovare vari oggetti: vestiti, fornelli in ottimo stato, legna e altro ancora. Non mancano nemmeno gatti e cani. E se non sei un “inquilino” la domanda sorge spontanea: «Chi sei? cosa cerchi?». Ma nulla di più.

L’INCENDIO
Una Torino invisibile, salita agli onori della cronaca a causa dell’incendio di fine marzo a un cumulo di rifiuti abbandonati. Un campanello d’allarme, con l’intervento dei soccorsi e dei vigili del fuoco. E con il vicino stabilimento Iveco chiuso 18 ore, dopo la sollecitazione dell’Arpa, a causa del propagarsi dei fumi tossici. Da quel momento il via ai primi controlli della polizia e alle prime interpellanze in sede istituzionale per capire cosa ne sarà di quelle cinquanta persone che 4-5 anni fa hanno preferito l’anonimato alle spalle di un fiume al rimpatrio.

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