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Il Borghese

I numeri della vergogna

Ventotto dipendenti di 12 aziende diverse. Le uniche mosche bianche che a fine mese riceveranno l’agognato assegno della cassa integrazione. Ventotto su 60mila che rappresentano la forza lavoro di oltre 28mila aziende impossibilitate a produrre dopo la serrata per il Coronavirus. I numeri dicono assai più di qualunque commento. E mettono a nudo una macchina organizzativa che si è tristemente inceppata di fronte a una valanga di richieste. Con l’aggravante di una burocrazia che non perdona mai, neppure nelle emergenze. E complica fino alla farsa le diverse fasi che precedono la liquidazione delle pratiche in un tira e molla tra uffici regionali e Inps. Peccato che di mezzo, una volta di più, ci siano persone e non semplici numeri come qualcuno evidentemente immagina. Un male comune, si dirà, uno dei tanti italici malanni. Ma non è così. Il Piemonte, che di cassa integrazione dovrebbe saperne più di altre regioni visti i numeri che in passato l’hanno incoronata con le spine della peggiore d’Italia, è solo in undicesima posizione, ben distanziata da Campania, Lazio, Marche e Puglia. E non basta la consolazione di sapere che la operosissima Lombardia è addirittura in ultima posizione. Una situazione intollerabile in cui l’unico spiraglio potrebbe essere l’accordo in extremis tra Regione, sindacati e l’Abi per concedere ai lavoratori almeno un anticipo. Trattativa, si mormora, tanto per aggiungere sale alle ferite, tutt’altro che semplice. Resta un quesito: come vivranno questi cristiani che in qualche caso non percepiscono un soldo da marzo?

fossati@cronacaqui.it

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