esplosione ucraina guerra
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Nulla sarà più come prima

Venti giorni di guerra. E non si intravvede la fine, mentre viviamo sospesi tra l’orrore per le bombe, i missili sulle case, le vittime innocenti, i bambini falciati dai fucili mitragliatori, le donne che partoriscono nei bunker e possono morire tra le macerie, le trattativa di pace che arrancano. E persino i mercenari alle porte della capitale Ucraina, pagati con i dollari di Putin e guidati da un pazzo sanguinario come Ramzan Kadyrov, detto il macellaio che ha già portato a Kiev le sue squadre della morte per onorare l’amicizia con Putin», al grido «arrendetevi o vi sgozziamo tutti». Un fronte di guerra che è sempre più pericolosamente vicino al confine occidentale del paese invaso. A dieci, venti chilometri dal l’Unione Europea, minacciando soprattutto la Polonia e la Romania. Siamo tornati indietro di quasi un secolo con una nuova cortina di ferro e una minaccia nucleare più concreta di quanto poteva essere durante la guerra fredda. Venti giorni che paiono un tempo infinito e un’unica certezza: nulla sarà più come prima. A cominciare dalla Alleanza Atlantica che, nelle parole del segretario generale Jens Stontelberg, si è ricompattata, ritrovando quel senso di esistere che per molti si era smarrito al punto da essere dichiarata “obsoleta” dal presidente americano Trump, e dallo stesso Macron, immaginando un futuro dominato da uno stretto rapporto tra Europa e Russia. In poco più di due settimane è cambiato tutto e lo zar è emarginato, bollato come il nemico giurato dell’Occidente. Lui che voleva “meno Nato e si ritrova con più Nato” che proprio in questi giorni mostra i muscoli con una gigantesca esercitazione militare in Norvegia che ha messo in campo oltre 30mila uomini provenienti dai paesi membri, Italia compresa che ha inviato i battaglioni scelti dei nostri Alpini. Un braccio di ferro a distanza che da un lato ha riunificato l’Europa facendo presumere la nascita di un esercito continentale, e dall’altro ha sconvolto la nostra vita. Nessuno nel 2022, tantomeno dopo questa terribile pandemia, avrebbe immaginato che nel vocabolario quotidiano sarebbe tornata la parola guerra. E non solo quella delle bombe e della distruzione, ma anche quella economica, con le sanzioni allo zar e ai suoi oligarchi che costano molto ai paperoni russi, ma anche a noi, con il timore di perdere le forniture di gas, di grano, di metalli preziosi frutto degli interscambi con la Russia e un caro prezzi che ci sta già impoverendo. Inutile negarlo, si profila una economia di guerra e non solo per imprese strangolate dal caro bollette e dalla caduta verticale dell’export, ma anche per le famiglie. Un capitolo, questo, a cui tuttavia ci si deve approcciare con prudenza. E anche con giudizio: Inutile, anzi dannoso, dare l’assalto agli scaffali dei supermercati, o correre – come pare abbia già fatto qualcuno – a comperare un’arma. Questa guerra si può e si deve vincere solo con la diplomazia, con sacrifici di entrambe le parti in guerra, assalitori e assaliti. A noi tocca il compito di dare conforto ai profughi e di tenere la schiena diritta di fronte alle minacce tutt’altro che velate di Putin, diventando finalmente indipendenti dal suo gas, tornando se serve alle centrali a carbone, mentre si studia l’applicazione delle fonti rinnovabili, e anche delle centrali nucleari di ultima generazione. E coltivando il grano, il mais, la semola. Come facevano i nostri padri. E i nostri nonni.

beppe.fossati@cronacaqui.it

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