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Cronaca
IL CASO

«Non urla», assolto per stupro. Adesso il processo è da rifare

La Corte di Cassazione rimanda in aula un ex dipendente della Croce Rossa

Tornerà davanti alla corte d’Appello, dove si svolgerà il quarto processo, il caso dell’ex dipendente della Croce rossa accusato di violenza sessuale nei confronti di una collega e assolto in primo e secondo grado. La procura generale aveva fatto ricorso in Cassazione contro la sentenza d’Appello. Ora i supremi giudici hanno stabilito, accogliendo il ricorso dell’accusa, che il caso tornerà davanti alla Corte d’Appello. A ben dieci anni dai fatti contestati. L’uomo era accusato dal pm Marco Sanini di avere violentato una donna, che lavorava nel suo stesso ente, abusando di lei in una stanza di un ospedale. Al processo la parte lesa aveva parlato di Gradenigo e Mauriziano, ma in ogni caso il tribunale aveva assolto l’imputato, scrivendo nella sentenza che la presunta vittima «non grida, non urla, non piange». La parte lesa, assistita dall’avvocata Virginia Iorio, aveva spiegato, tra le lacrime, di essersi sentita “paralizzata” durante il presunto stupro. La sua versione non aveva convinto i giudici, mentre quella dell’uomo sì. Non solo. Il tribunale aveva trasmesso gli atti in procura affinché si procedesse per calunnia contro la vittima. Il caso però era stato archiviato dal gip, che aveva accertato che la donna non aveva mentito. In appello il dipendente della Croce Rossa era stato nuovamente assolto. La corte aveva deciso che la presunta parte offesa fosse credibile, al contrario di quanto deciso dal tribunale, ma che tra la donna e il collega non vi fosse un rapporto di subordinazione lavorativa: l’imputato non sarebbe stato “superiore” rispetto alla vittima. Per questo motivo era caduta l’aggravante dell’abuso del rapporto di subordinazione, che a sua volta aveva comportato l’assoluzione dell’imputato, perché senza tale aggravante, in assenza di querela da parte della parte lesa (la donna non aveva mai trovato la forza di denunciare) non si poteva procedere. La procura generale non si era fermata e aveva fatto ricorso in Cassazione. La Corte ha accolto il ricorso rimandando gli atti alla corte d’Appello, che dovrà accertare la sussistenza dell’aggravante. «Finalmente siamo sulla strada giusta – dichiara l’avvocata Virginia Iorio – c’era stata già soddisfazione prima, quando era stato archiviato il procedimento per calunnia».

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