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Cronaca
L’ESPERTO

«Non sono “banlieue”. E le bande dei giovani ci sono sempre state»

Professor Prina, cosa legge dietro gli episodi sempre più frequenti che vedono coinvolti gruppi di giovani, più o meno organizzati per compiere violenze e reati?
«Fare sintesi è difficile, se non si vuole ricorrere alla facile scappatoia della definizione “baby gang”. Che i ragazzi compiano insieme delle azioni di violenza o predazione, come furti o saccheggi, non è una novità ma storia vecchia. Nei processi ai minori è frequentissimo che venga giudicato un gruppo di giovani che non un singolo per un reato. Questo perché nella vita degli adolescenti e dei giovani adulti è normale l’aggregazione, soprattutto quando si trasgredisce»

Dunque, non è sbagliato considerarle bande…
«Attenzione, però, perché è molto meno frequente che queste aggregazioni giovanili possano cadere sotto la definizione di “gang” in senso proprio. Diciamo così: sono gruppi di giovani che agiscono in “modalità banda” senza esserlo»

Cosa significa?
«Quello delle bande di ragazzi è un fenomeno che già veniva studiato negli anni Sessanta. Soprattutto negli Usa. La differenza, oggi, sta nel fatto che si tratta di aggregazioni “fluide”, non gerarchiche e stabili nel tempo. Di simile c’è che quando rubano un giubbotto o un cellulare, perché è quello che sono indotti a desiderare, oggi come allora accompagnano questi atti da qualcosa che è più espressivo, connotando l’agire da gratuità, malignità e distruttività. Le azioni, insomma, vengono caricate di una valenza espressiva»

Ovvero?
«Non solo ti porto via ciò che voglio e mi piace, ma in più ti voglio umiliare»

Un’estetica della violenza? E perché nasce in periferia?
«Umiliare l’altro è proprio tipico delle dinamiche di ragazzi di periferia, che sentono una certa forma di marginalità rispetto al centro, dove vivono quelli che stanno bene ed è una espressione di disprezzo. Come se con quelle azioni volessero comunicare indirettamente un messaggio: “Voglio fartela pagare perché tu stai bene e io no”»

Vede un parallelo con le “banlieue” francesi che sono esplose negli anni Novanta a Marsiglia o a Parigi?
«Le “banlieue” sono ghetti, costruite e popolate esclusivamente da persone di origine straniera, che hanno formalmente gli stessi diritti dei cittadini francesi però sono confinati in uno spazio in cui i diritti sociali non sono assicurati. Sono apparentemente integrati ma continuano a essere esclusi, considerati marginali»

Le nostre periferie, invece?
«No, per fortuna da noi non c’è – almeno per il momento – questa situazione. Prendiamo Barriera di Milano: una realtà di marginalità molto articolata dove i gruppi di ragazzi e giovani adulti nascono e si trovano nella piazza, nel giardinetto sotto casa e sono mescolati tra loro per cultura e provenienza. Questo è positivo perché non si stanno creando dei ghetti, ma non basta, perché bisogna andare in quei quartieri a portare educatori e operatori di strada che sappiano entrare in rapporto con loro, conoscerli, acquistare la fiducia e mostrare a questi ragazzi che possono fare qualcosa di interessante nel loro tempo vuoto».

I fatti di piazza San Carlo, come quelli di Milano a Capodanno, hanno in comune un altro aspetto. Dietro alcuni di questi ragazzi c’è spesso una famiglia che cade dalle nuvole di fronte all’arresto dei figli…
«Sì, quando vengono fermati questi ragazzi prendono coscienza della realtà impattando nella giustizia, che significa uscire dalla fantasia, diventano consapevoli che la responsabilità è individuale e non ci si può più nascondere dietro al gruppo»

Gli adulti non li conoscono?
«Sono convinto che in generale, oggi, tutti gli adulti abbiano difficoltà di relazionarsi con adolescenti e giovani che crescono. Sono essi stessi fragili, smarriti e di conseguenza hanno difficoltà a esercitare, in qualche modo, l’autorevolezza o spesso non ce l’hanno. Hanno difficoltà a conoscere cosa i ragazzi vivono o pensano. A maggior ragione quegli adulti che vengono da altre culture e sono poco integrati. Pensiamo alle madri dei ragazzi sudamericani che lavorano tutto il giorno e magari fanno arrivare in Italia i figli già grandi»

E con questo?
«Non si accorgono dei problemi dei figli e quando li si interpella a posteriori dicono: “Non me lo aspettavo” perché sono troppo assorbiti dai loro problemi, spesso di sopravvivenza. Così i figli crescono e in parte riescono a integrarsi, perché magari qualche lavoretto lo fanno o studiano, ma vivono anche una dimensione in cui il gruppo o l’essere con gli altri è l’unica dimensione relazionale significativa»

Ha mai incontrato i protagonisti di questi fatti di cronaca?
«Sì. Penso al figlio di una famiglia italiana, adottato, che è rimasto coinvolto nel saccheggio di via Roma. Un ragazzo integrato, persino uno studente universitario. Eppure nel gruppo ha dimostrato come gli individui possano perdere o rinunciare alla propria individualità. Come un flusso che li trascina a fare cose che da soli non avrebbero mai fatto»

E che impressione le ha fatto la molestia di gruppo a Milano in occasione del Capodanno?
«Nel caso specifico c’è anche un fatto culturale da considerare: pensare che ci si possa divertire abusando delle donne. Sicuramente un fattore presente nella cultura magrebina ma anche in quella nostrana»

Internet che ruolo gioca?
«Oggi c’è una grande rilevanza delle rappresentazioni e del virtuale, che risponde anche al bisogno di protagonismo dei ragazzi. C’è un momento di autoesaltazione, ci si rappresenta agli occhi degli altri e andare insieme a fare quella bravata è qualcosa che un po’ rende protagonista e un po’ esprime la rabbia per il considerarsi marginale rispetto ai modelli di successo o rispetto a chi può avere tante belle cose senza impegno»

Poi, quando si finisce a processo, quelle dinamiche sembrano spezzarsi…
«Quando si impatta nel dato di realtà e si passi dal virtuale al reale, i ragazzi hanno l’occasione di fare i conti con le proprie azioni e in quel momento conta molta la risposta che la società e le istituzioni danno. Perché se la risposta è: “Ti massacro” quello induce ancora maggiore rabbia e porta a credere che non ci si alternativa»

Si parla tanto di periferie ma bastano gli strumenti messi in campo?
«I ragazzi da un lato hanno questa esigenza di rappresentarsi come quelli che non hanno paura e sfidano le istituzioni. Ma quando questa immagine crolla hanno bisogno di essere aiutati e non semplicemente puniti. Fortunatamente in Italia la giustizia, soprattutto quella minorile, è in grado di fare di più per loro, in altri Paesi la strada della mera punizione si è rivelata deficitaria. Perché solo punire, senza un percorso di accompagnamento e sostegno, porta questi giovani a prendere coscienza della realtà ma spesso anche a pensare che per loro non ci sia più nulla da fare»

C’è una linea che collega questi fatti?
«Il caso di piazza San Carlo è quello di un gruppo di persone che si sono aggregate per compiere reati per un certo periodo. Siamo abbastanza vicini alle logiche della piccola banda orientata razionalmente con l’obiettivo di razziare per ottenere soldi. Cosa è capitato era fuori dalla portata della loro immaginazione Credo, invece, che soprattutto nei fatti di Milano ci sia stato un effetto di trascinamento che nasceva dall’idea di poter fare qualcosa di originale e straordinario in quella circostanza particolare. La ricerca di un modo strano, alternativo di passare il Capodanno, per poi tornare nella grigia quotidianità. Poi, come in tanti casi, bisogna ricordare che nella folla i singoli sembrano trascinati da una forza collettiva, che in questo caso ha avuto come oggetto del divertimento le molestie alle donne»

Perché?
«Perché per assurdo si arriva a pensare che le vittime siano persino contente d’essere molestate. Salvo, poi, rendersi conto di avere commesso un reato, una cosa grave»

E le istituzioni cosa potrebbero o dovrebbero fare?
«Dal mio punto di vista bisogna affrontare la questione finché siamo di fronti a fenomeni limitati. I servizi sociali o educativi non devono aspettare di intervenire solo quando i problemi sono scoppiati, ma credo debbano andare incontro al disagio affinché possa essere affrontato prima che degeneri. Agire insomma in senso preventivo»

A che bisogni risponde la banda?
«Identità, appartenenza e solidarietà, non senza vivere un po’ di avventura e di rischio. Sono bisogni diffusi tra tutti i ragazzi e per questo è necessario offrire delle alternative all’aggregarsi in bende devianti. Il gruppo “scout”, ad esempio, assume questi bisogni offrendo opportunità ed esperienze positive. Insomma, servono politiche sociali che vadano incontro ai ragazzi anticipando le scelte sbagliate. Una sfida che l’amministrazione dovrebbe porsi»

Che peso hanno i “social network” per questi ragazzi?
«I ragazzi sono permeati di una cultura dell’immagine che li porta ad autorappresentarsi come protagonisti di avventure e sfide. Da questo punto di vista credo che si debba indirizzare diversamente quei bisogni e quelle tendenze. Valorizzando ad esempio la creatività in progetti interessanti. Volgendo in positivo anche la provocazione nei confronti del mondo adulto»

Ma l’uso che fanno di questi strumenti di comunicazione spesso corrisponde a una autodenuncia. Che logica c’è?
«Questa è esattamente l’ingenuità dei ragazzi, che si credono invincibili e cascano sul niente»

E i media tradizionali che parte svolgono in tutto questo?
«Credo che i media abbiano un ruolo e continuare a insistere nel raccontare cosa questi ragazzi fanno rischia di creare un fenomeno di emulazione, assecondando in qualche modo la loro volontà di apparire. Si ricorda i sassi dal cavalcavia? Funziona alla stessa maniera, se ci pensa è un fenomeno che ha smesso di esistere quando si è smesso di metterlo in vetrina. Rappresentarli come persone che fanno chissà cosa, quando sono ragazzini che si spaventano per un nonnulla, può essere rischioso. Insomma, dobbiamo evitare l’effetto di emulazione, perché chiamandole “baby gang” rischiamo di dare loro una identità con cui continuare a perseguire la loro sfida agli adulti e alle istituzioni»

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