mattarella
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Non meritiamo questa politica

Il conclave a pane e acqua con gli alleati di governo invocato da Enrico Letta per cercare un nome condiviso per il Colle, è saltato. Meglio incontrasi alla spicciolata alla Bouvette che non sarà mai a buon mercato come ai tempi della Prima Repubblica ma serve eccellenti tranci di pesce spada e cosciotto di maiale imporchettato al trancio. Con a seguire calice di bianco profumato. Intanto la votazione, o meglio la terza chiama, comincia in orario, visto che almeno l’orologio istituzionale fa il proprio dovere in questa tristissima liturgia elettorale che umilia il Paese e comincia a far innervosire anche una parte dei grandi elettori. Dopo due giorni passati a far buon viso a cattivo gioco, a fare da spettatori a un teatrino che gli italiani cominciano a giudicare come uno spettacolo indecente, alcuni di coloro che i big hanno relegato al ruolo di convitati di pietra hanno ritrovato la voce. A partire dai governatori, pronti a dare un ultimatum ai colleghi parlamentari: «Scegliete un nome condiviso entro venerdì – avrebbe minacciato il presidente Zaia – o rischiamo di perdere Draghi. E noi togliamo le tende». Per arrivare a Giorgia Meloni, che rompe con il resto del centrodestra («Lo stallo di questi giorni è un insulto agli italiani») e sfilandosi dal patto della scheda bianca lancia Guido Crosetto, che alla fine prenderà più voti di quanti siano i grandi elettori di Fdi. Il gigante cuneese, però, non sarà eletto. La mossa di Meloni va letta come una provocazione e un invito a darsi una regolata. Un nome condiviso, però, al momento non c’è. Le uniche certezze riguardano chi condiviso non lo è. Dalla rosa di nomi proposta da Salvini (Moratti, Nordio, Pera) liquidata nel giro di 15 minuti. Alla carta che sembrava più pesante nel mazzo del centrodestra, Maria Elisabetta Alberti Casellati, che Enrico Letta ha bocciato con un cinguettio: «Proporre la seconda carica dello Stato, insieme all’opposizione , contro i propri alleati di governo sarebbe un’operazione mai vista nella storia del Quirinale e potrebbe far saltare tutto». Tutto significa innanzi tutto il governo, ruolo del premier Draghi compreso. Insomma tutto è fermo a ieri, se non addirittura peggio ancora. Un clima da grandi coltelli dove, nel segreto dell’urna anti Covid, tuttavia qualcuno comincia a metterci la testa, di qui un pressante invito a Mattarella che con 125 voti, suona quasi come un disperato invito alla normalità, a cui si aggiungono le preferenze per Guido Crosetto che alla fine ottiene 144, quasi il doppio rispetto ai grandi elettori del suo partito che sono 63 in tutto. Una preghiera e una provocazione. Mentre zitto zitto si accaparra 52 voti un certo Pierferdinando Casini che dopo un silente ritiro martedì pomeriggio si è presentato elegantissimo e con baciamano alle signore. Proprio lui che potrebbe anche essere il prescelto in questo clima di incertezza e qualora Mattarella non richiamasse la ditta di traslochi incaricata di arredare la nuova casa romana. Almeno così dicono i bookmakers nonostante l’ostracismo della Lega che però – secondo radio Montecitorio – potrebbe presto essere superato da un endosement di Umberto Bossi, una vecchia volpe tornata in campo nonostante la carrozzina su cui è confinato. Si arriva così alla vigilia della quarta chiama, quella ove è sufficiente la maggioranza assoluta con 505 preferenze. Tanto basterebbe già oggi per dare un Presidente al nostro Paese. Ma anche gli ottimisti scuotono il capo. Proprio non meritiamo questa politica.

beppe.fossati@cronacqui.it

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