ROME, ITALY - MARCH 22: Ukrainian President Volodymyr Zelensky addresses the Italian Parliament via live video from the embattled city of Kyiv on March 22, 2022 in Rome, Italy. The Ukrainian president has been on a virtual world tour in recent weeks, addressing foreign lawmakers to seek their countries' support in defending Ukraine against Russia's invasion. (Photo by Alessandra Benedetti - Corbis/Corbis via Getty Images)
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Non ci voltiamo dall’altra parte

Quella di ieri è stata la giornata in cui l’Italia ha deciso che «non può voltarsi dall’altra parte», tanto per usare le parole del premier Mario Draghi. È stato il giorno in cui, di fronte a un Parlamento piacevolmente composto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, primo leader straniero nella storia a parlare a Montecitorio, ha portato il senso della guerra tra noi, molto più di quanto possano fare le immagini terribili dal fronte. A differenza di altre volte, non ha evocato direttamente momenti della storia (l’11 Settembre con gli Usa, la Shoah con gli israeliani ma mal gliene incolse…), non ha usato vuota retorica ma un dato di fatto: «Mariupol è grande come Genova. Immaginatevela distrutta, bruciata dopo tre settimane di un intero assedio, di bombardamenti, di spari che non smettono neanche un minuto. Immaginate la vostra Genova, dalla quale scappano le persone a piedi, con le macchine, con i pullman per arrivare dove è più sicuro». Ecco, Genova, una nostra città, un nostro porto. Questo per darci le dimensioni di una guerra dove muoiono anche i bambini, o dove vengono deportati in Russia, secondo l’ultima denuncia di Kiev. «Il popolo è diventato il nostro esercito» ha detto Zelensky, nel corso di quei dodici minuti in cui si è rivolto direttamente ai politici ma anche al «caro popolo italiano». Ha detto che «gli ucraini sono stati vicini a voi durante la pandemia, noi abbiamo inviato medici e gli italiani ci hanno aiutati durante l’alluvione. Noi apprezziamo moltissimo ma l’invasione dura da 27 giorni, quasi un mese: abbiamo bisogno di altre sanzioni, altre pressioni». Bloccare le navi russe nei nostri porti, quindi, colpire ancor di più gli oligarchi e qualunque ricchezza collegata al regime di Putin. Ha detto che l’Ucraina è il cancello dell’Europa da cui il presidente russo vuole entrare, «ma la barbarie non può entrare». Un lungo applauso è stata la risposta del Parlamento, un Parlamento che ha evitato contestazioni temute e alzate di ingegno assortite: che avevano annunciato di non presenziare sono usciti e la serietà del momento non ne ha risentito, anzi; nessuna felpa pro o contro da mostrare, giusto una bandiera ucraina isolata sui banchi e due deputate vestite di gialloblù. Poi ha preso la parola il presidente del Consiglio Mario Draghi, le cui parole sono state il segno di una decisione assunta ormai dal nostro Paese. «La resistenza di tutti i luoghi in cui si abbatte la ferocia del presidente Putin è eroica» ha detto. «Oggi l’Ucraina non difende solo se stessa ma la nostra pace, libertà e sicurezza». Quindi, sì all’ingresso in Europa, «noi vogliamo l’Ucraina in Europa», anche se è un processo lungo. Sì alle sanzioni sugli oligarchi (già effettuati sequestri e congelamenti di beni per 800 milioni di euro). Sì all’accoglienza di quanti arrivano nel nostro Paese, con la promessa di stanziare fondi speciali. Sì al piano di affrancamento dal gas russo. Ma soprattutto, sì alle armi. Draghi lo aveva già detto giorni fa, e il Parlamento aveva anche già approvato una mozione in questo senso anche se non all’unanimità, e adesso, dopo che assieme alle maggiori pressioni e sanzioni il presidente Usa Joe Biden aveva, di fatto, richiesto a Italia, Francia e Gran Bretagna, di aumentare la fornitura di armi (per ora in Ucraina, è l’analisi Usa, sono arrivate soprattutto forniture difensive, ma ai resistenti ucraini serve di più), Mario Draghi dice «di fronte ai massacri dobbiamo rispondere con aiuti, anche militari, alla resistenza». E con l’unità di intenti di fronte «alla Russia che ci voleva divisi». E adesso cosa accadrà? L’Italia alzerà il livello delle forniture militari, dopo aver già approvato l’invio di armi anticarro e missili stinger, magari con aerei, che in precedenza il ministro Di Maio aveva escluso? O saranno anche gli uomini a muoversi, in una missione sotto egida Nato (se non addirittura Onu) di cui potremmo capire scenari e scopi solo nei prossimi giorni, dopo l’arrivo in Europa di Biden?

andrea.monticone@cronacaqui.it

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