DOPO 5 ORE IN AULA

Non basta il processo: mistero sulla morte di Gaia e di Camilla

Camilla Romagnoli, Pietro Genovese e Gaia von Freymann

Cinque ore di udienza non bastano a chiarire tutti i dubbi tecnici sull’investimento di Gaia e Camilla, le 16enni travolte dall’auto di Pietro Genovese un anno fa su corso Francia a Roma. Nell’inedita sede dell’aula bunker di Rebibbia, scelta dal gup Gaspare Sturzo per motivi logistici, due giorni fa era stato fissato il primo dei due capitoli dell’istruttoria supplementare disposta dallo stesso giudice per approfondire gli elementi che potenzialmente mettono in discussione la perizia depositata agli atti. Numerosi gli elementi analizzati, a partire da quello forse più controverso, ossia il fatto che Gaia Von Freymann sia stata o meno colpita e trascinata da una seconda auto dopo l’impatto con la Renault Koleos del 21enne figlio del regista cinematografico. Su questo punto ruota la possibilità di stabilire con certezza se le ragazze fossero sulle strisce o più avanti lungo la direzione percorsa da Genovese. Il medico legale Gianluca Cipolloni ha escluso il secondo impatto, respingendo le obiezioni sostenute dalle foto che mostrano i segni sul corpo e i vestiti di Gaia compatibili con uno schiacciamento di pneumatici. Dal canto suo il perito cinematico Scipioni ha riconosciuto che il video da lui prodotto per ricostruire quei momenti (nel quale le ragazze non sono sulle strisce) va considerato come una simulazione e che un eventuale secondo investimento farebbe collocare con certezza le ragazze sulle strisce. Nè, d’altra parte, nella sua relazione, tiene conto del successivo ritrovamento della targa in corrispondenza dell’attraversamento, spiegando che ne era a conoscenza, ma che trattandosi di un oggetto leggero potrebbe essere stato spostato. Restano sul punto le forti perplessità dei legali delle parti civili, tra le quali l’avvocato Cesare Piraino incassa la conferma di quanto lui stesso aveva portato all’attenzione della corte, ossia che il semaforo pedonale fosse sprovvisto di luce gialla, passando direttamente dal verde lampeggiante al rosso. Quanto all’impossibilità di Genovese di vedere le ragazze perché coperto da un’altra auto alla sua destra, il perito ha accolto la ricostruzione dei difensori Gianluca Tognozzi e Franco Coppi, ma ritiene decisiva l’alta velocità di Genovese, che a 50 chilometri orari avrebbe comunque avuto 3,5 secondi per frenare. Nella prossima udienza spazio al riascolto di alcuni testimoni, ma i misteri restano e sono ancora troppi i punti da chiarire per giungere alla verità. Il ragazzo ha sempre affermato di non aver visto le vittime, di non esseresi accorto di nulla e che c’era traffico per cui la sua visuale della strada era parziale. Da chiarire, infine, se le due giovani abbiano o meno attraversato sulle strisce.

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