stupratore campus borsellino
Il Borghese
EDITORIALE DEL GIORNO

Niente sconti ai predatori

E’ il ritratto di un predatore quello che emerge dal puzzle di notizie composto finora dalla polizia sulla figura dello stupratore del Campus. Quello che la notte tra il 29 e il 30 ottobre è penetrato come un lupo nella residenza universitaria a caccia di una preda da sacrificare. Ora scopriamo che è un ragazzo di 17 anni, uno di quei minorenni a cui il codice penale sovente concede un trattamento che sembra considerare i criminali pecorelle smarrite da riportare nell’ovile della società attraverso tortuosi percorsi di riabilitazione. Comprensibile, per carità, in una società che deve riservare molta attenzione agli adolescenti che spesso vivono ai margini. Ma proprio dalle notizie che sono filtrate da subito in quella notte maledetta è emerso l’identikit di un cacciatore di donne. Uno che si è intrufolato in quel palazzo di nove piani conoscendone i limiti di sicurezza, ha imboccato una scala, ha preso un ascensore. E’ salito ai piani alti e poi, seminudo, ha iniziato la caccia. Usando le nocche delle dita per bussare alle porte, ha origliato chiacchiere e sospiri e poi, piano dopo piano, ha scovato la sua preda. Tutto premeditato. Fino alla tana (perdonateci se la chiamiamo così) di quella giovane donna che ha scelto di sacrificare ai propri istinti. E lo ha fatto con violenza, se è vero che l’ha aggredita, l’ha insultata e poi l’ha presa lasciandola lì intontita mentre ha osato informarsi addirittura sugli esami che stava preparando. E poi se n’è andato, freddo e lucido. Al punto di riallacciarsi con cura la felpa e i jeans tagliati che gli hanno ritrovato addosso l’altra sera, quasi questa fosse la sua divisa di caccia. Era di nuovo lì, il predatore. A due passi dal Campus, che forse stava per diventare di nuovo il suo terreno di caccia. Abile e attento come il lupo che è in lui al punto da scorgere una volante della polizia che procedeva molto lentamente e a cogliere l’occhiata penetrante di un agente che si era insospettito per il suo incedere. Fino a chinarsi a terra per fingere di cogliere dei mozziconi, mentre le mosse della giustizia si chiudevano sulle sue braccia. Nessuna reazione, salvo un po’ di strafottenza, prima di chiudersi nel silenzio di chi sa che in certe situazioni è meglio tacere. Per arrivare a lui pare siano stati esaminati seimila “candidati” al ruolo di sospettato per quell’orrendo crimine. Una caccia all’uomo per la quale non possiamo che ringraziare tutti gli uomini e le donne che in questura e in procura non hanno chiuso occhio per giorni. E a tratteggiare gli ultimi tratti di una personalità ancora tutta da scoprire c’è il comportamento di questo individuo non certo maldestro nonostante l’età. La bocca cucita, per ore ed ore, lo sguardo beffardo, sono quelli tipici di chi è abituato alla terribile banalità del male. Poi il teatro è finito. Per lui sono arrivate le accuse, pesantissime, suffragate da prove certe, come quella del Dna, che ha lasciato una firma indelebile sullo stupro. Lunedì comparirà per la prima volta davanti a un giudice. E li si aprirà un’altra partita, fatta di codici, commi, relazioni degli assistenti sociali e cavilli. Il cacciatore avrà un avvocato e la Procura dei minori rappresenterà le accuse. Le pene, sulla carta, sono pesanti: fino a dodici anni di carcere oltre alle aggravanti, che la procuratrice Emma Avezzù ha già deciso di contestare. Ma la legge può offrire diverse vie di fuga. Dallo sconto fino a un terzo per la minore età, alla possibilità di evitare il processo con quella messa alla prova che in passato è stata concessa anche per gli omicidi. La partita è aperta, di recente in un caso simile a Torino sono stati inflitti otto anni di carcere. Cosa accadrà si vedrà. Mentre il pensiero corre a quella giovane che forse non dimenticherà mai quella notte e che ora deve avere giustizia.

stefano.tamagnone@cronacaqui.it

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