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DOPO I FIUMI DI PORPORA

Niémans non è mai morto. La caccia del “sangue nero” tra segreti e “biker” nazisti

Grangé fa tornare il suo investigatore

Pierre Niémans non è morto. Sì, è vero, al cinema ne “I fiumi di porpora” Jean Reno sopravviveva, a differenza che nel romanzo, e anzi tornava anche in uno sfortunato sequel. E per quanto quel finale fosse semplicemente meraviglioso, nella sua durezza, perché cementava l’inevitabile destino del grande poliziotto ormai finito, rovinato dai suoi stessi metodi, dall’odio dei superiori e di poteri forti, a distanza di oltre vent’anni Jean-Christophe Grangé fa tornare il suo personaggio ne “L’ultima caccia” (Garzanti, 19 euro; ebook 9,99 euro).

Niémans, che oggi ha il grado di comandante, è sopravvissuto all’abbraccio mortale con Fanny Pereira, nonostante un’orribile cicatrice, il coma dopo essere stato ripescato nelle acque gelide, le conseguenze psichiche dei fatti di Guernon: decorato, silenziosamente, considerato invalido al servizio, è stato messo a fare l’insegnante alla scuola per tenenti di polizia, dopo di che è stato chiamato come consulente, osservatore, tutto pur di tenerlo in panchina. Ma ora, nel cuore della Foresta Nera, in Alsazia tra Francia e Germania, c’è di nuovo bisogno di lui.

A capo di una squadra di investigatori su casi speciali (ossia solo lui e la giovane tenente Ivana Bogdanovic, tormentata e complessa sua ex allieva), Niémans è chiamato a indagare sull’orribile morte di Jürgen von Geyersberg, nobile rampollo a capo assieme alla sorella Laura di un potente gruppo industriale. Il giovane è stato ferocemente ucciso e decapitato nel cuore della foresta che è la riserva di caccia dei von Geyersberg. Tutto, nel delitto, ricorda i rituali della pirsch, una feroce forma di caccia di cui la nobile casata è appassionata.

Attratto in maniera quasi malata da Laura von Geyersberg, sballottato dalle sue intuizioni, bloccato dall’atavica paura dei cani e dai suoi fantasmi, Niémans si trova a inseguire i fantasmi di misteriosi assassini e di una banda di Cacciatori Neri, gli “eredi” di una brigata di criminali e cacciatori arruolata dai nazisti per dare la caccia agli ebrei, il cui mito si intreccia pericolosamente con quello dei von Geyersberg.

La tenente Ivana, in tutto questo, è ben più di una spalla, con il suo passato strettamente legato a destini di morte e sofferenza e, anche se presa dal bel commissario tedesco, cercherà di mantenere quella lucidità di analisi che il suo mentore sembra non possedere più, soprattutto quando, nel momento più drammatico il vecchio Niémans, violento, inarrestabile, ferocemente anarchico risalirà dalle profondità dell’anima, fino al momento dell’ultima caccia, dove predatore e preda si scambiano i ruoli in una danza macabra che fa pompare ferocemente quel “sangue nero” che è il segreto di tutto.

Come oltre vent’anni fa, sono sempre fiumi di porpora, o fiumi neri, che guidano il lettore e gli investigatori nel mistero: Grangé governa una trama complessa e ricca di adrenalina con il suo immenso talento in cui è facile perdersi, sentendo l’odore stesso della foresta nera, quello del cuoio e dell’olio delle moto dei cacciatori emuli di quelli arruolati da Himmler.

Meravigliosi i mutamenti stessi di Niémans, ora vecchio sbirro (anche se la distanza temporale dal primo romanzo sembra “accorciata” come da consuetudini editoriali) che cerca di stare a galla in una sorta di normalità, cerca di darsi un equilibrio, dando l’impressione di essere un cacciatore di giustizia, quando nella realtà lui alla legge e alla giustizia non crede perché non crede all’uomo, se non per quello che è un autentico destino di morte che lo segue.

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