il diavolo in blu mosley
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LA RISCOPERTA

Nella Los Angeles del ‘48 un investigatore nero finisce in un mare di guai

Torna “Il diavolo in blu” del grande Walter Mosley

«Ormai, nel 1948, ero abituato ai bianchi. Avevo passato cinque anni con bianchi – e con bianche – dall’Africa all’Italia, a Parigi e fino in patria. Mangiavo con loro e dormivo con loro e di giovani con gli occhi azzurri ne avevo uccisi abbastanza da sapere che avevano paura quanto me di morire».

Signori, eccovi Ezekiel, Easy Rawlins. Veterano di guerra, operaio senza lavoro in una fabbrica di aerei, tormentato dall’ipoteca della casa in scadenza e non ancora l’investigatore privato di tanti romanzi di Walter Mosley. E se il nome non vi dice abbastanza, non c’è da stupirsi. A differenza di tante penne non all’altezza della sua, non è che Mosley sia proprio sulla bocca di tutti nel nostro Paese e nel nostro panorama della narrativa di genere. C’è stato, certo, un film con Denzel Washington nei panni di Easy, ma parliamo di tanto tempo fa. Sarà che forse Mosley, sessantanove anni, una carriera costellata di premi, è autore scomodo, scomodo per il suo linguaggio così duro, scomodo perché così ostico. Ma, santo cielo, che potenza nelle sue storie. E spiacente per i paladini del finto politicamente corretto, coloro che vogliono ridoppiare o riscrivere Via col vento, cancellare la “parola con la N” da una narrativa in cui l’uso era figlio di un tempo e funzionale a una descrizione sociale. Ecco perché è una fortuna che sia tornato in circolazione con “Il diavolo in blu” (21Lettere, 18 euro, traduzione di Bruno Amato), ossia la storia di come Easy è diventato un investigatore privato.

All’inizio, finisce un po’ per caso nei guai: come detto, ha dei problemi, e quel tizio strano tutto vestito di bianco, Mr Albright, gli affida un incarico semplice e ben pagato, ossia ritrovare una ragazza sparita, Daphne Monet. Tutto semplice, se non fosse che la ragazza era la fidanzata, si fa per dire, del candidato sindaco di Los Angeles e che adesso attorno a lei circola un gangster con il coltello facile. Grossi guai, Easy. Che infatti la ragazza la ritrova sì, ma trova anche un bel po’ di cadaveri, finisce ogni due per tre in prigione, pestato e interrogato dai poliziotti, braccato da gente poco raccomandabile, oltre che dal suo passato. Un passato con troppo sangue e povertà, ma da cui arriverà proprio l’aiuto determinante.

Nella Los Angeles del 1948, Easy si sposta tra i quartieri periferici dei neri e degli ispanici – all’epoca si consideravano così simili, così condannati entrambi dall’uomo bianco -, i locali clandestini dove si suona grande jazz, dove anche Lady Day, ossia Billie Holliday è passata a cantare fino all’alba – e poi la notte è finita con un altro cadavere, così tanto per non farci mancare niente -, fino alle case sulle alture, a un soffio da Hollywood e da una eterna stazione dei Greyhound.

Si porta dietro – e dentro – una voce, Easy. Un danno dei tempi di guerra? Un trauma di gioventù, là nel Sud? Fatto sta che la voce gli parla, gli dà forza, gli cancella la paura, gli dice anche chi deve vivere e morire. Per sopravvivere.

È riduttivo definire i romanzi di Mosley come noir, anche se come detto qui siamo nel vero hard boiled e tra i riferimenti dello scrittore losangelesino ci sono Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Sono romanzi, grandi romanzi e basta. Le etichette di genere, non mi stancherò di ripeterlo, servono per appoggiare più comodamente i libri sui ripiani. Qui senti il calore sporco e polveroso della città degli angeli, godi della musica jazz e nei comprensori di suburbe senti le voci della radio che accompagnano cene su vassoi di alluminio di anziani dietro la zanzariera di una piccola veranda aperta. Ma il mondo è ancora spietato: Easy non ha paura dei bian chi, ma gli conviene averla, perché alla fine è una questione di colore. Fosse anche il blu di un vestito. Del diavolo.

IL DIAVOLO IN BLU
Autore: Walter Mosley
Editore: 21Lettere
Genere: Hard boiled
Prezzo: 18 euro

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