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CECITÀ

Nel mondo accecato dal morbo solo una donna guida l’umanità

Il duro e affascinante libro di José Saramago riscoperto in quarantena

In una città senza nome si muovono personaggi senza nome e senza più vista, alcuni privati della loro dignità e della libertà, altri sopraffattori dei primi, in una ricostruzione bestiale di società di predatori. Uscito per la prima volta nel 1995, “Cecità” (Feltrinelli, 10 euro; ebook 6,99 euro si impone di autorità nelle classifiche di questi giorni, forte di quel richiamo a una epidemia tanto veloce quanto inspiegabile, angosciante nello dispiegarsi di un quadro futuribile, profetico nel ritrarre una umanità confusa di fronte all’inspiegabile e più cieca di quanto l’abbia resa il morbo misterioso.

Tutto comincia a un semaforo, con un uomo in auto che si ritrova cieco, di una cecità bianca, come se davanti ai suoi occhi si stendesse un velo lattiginoso. E dopo di lui toccherà all’uomo che lo riporta a casa (rubandogli l’auto), al medico oculista che lo visita, alla ragazza con gli occhiali scuri e al bambino strabico che erano nello studio e così via.

I primi pazienti finiscono nell’unico posto dove la politica può pensare di metterli, non avendo una cura, una spiegazione, tantomeno la voglia di analizzare la situazione: un ex manicomio. Qui, tra i ciechi, c’è anche la moglie del medico, che si finge non vedente per non lasciare il marito. E’lei che li guida, in una fila indiana di perduti nel mistero, nello svolgere la vita quotidiana nell’ex manicomio, a tenerli incollati a una realtà allucinante.

Se i malati cercano di darsi una parvenza di società basata sull’uguaglianza, ci pensa il dilagare dell’epidemia a distruggere tutto: nell’ex manicomio arriveranno anche malvagi che tenteranno di assoggettare gli altri, rubando loro il cibo (le risorse) e lasciandoli in uno stato di fame continua (come il primo mondo con il terzo).

Di fuori, dove ora sono tutti ciechi anche i militari, i politici, i saggi, i pazzi, gli scienziati, si occupano case e si combatte per il cibo, in una giungla urbana dove gli istinti primordiali sono riaffiorati in violenza anziché in mutuo soccorso e solidarietà. In questo mondo dilaniato si muove la moglie del medico, unica forse su tutto il pianeta a essere risparmiata dal misterioso morbo. Lei è la guida, forse la speranza che conserva vista e anima avendo sacrificato parte di sé (la libertà) per non abbandonare il marito (il cuore, l’amore), lei è colei che incontra il «cane delle lacrime», che assiste, unica a poterlo fare, al disgregamento di un sistema. Fino a che il morbo sparisce, misteriosamente come era arrivato.

Una scrittura mai facile quella di Saramago, che qui più che mai sa di allegoria, di metafora estrema, di lievità pur nella tragedia.

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