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Cultura
Dal Cortile Aperto sulla città alle stanze segrete

Nei depositi dell’Egizio: una città “sommersa” che il mondo ci invidia

Ottanta mummie, 700 papiri, migliaia di reperti, e fra i preziosi c’è anche il Canone Regio con i nomi dei faraoni

Si inizia dal Cortile Aperto che affaccia sull’ingresso di via Accademia delle Scienze, un giardino in perfetto stile egizio dall’architettura alla flora che vi è esposta, per arrivare a immergersi in un universo in cui i 3.300 reperti che compongono il percorso di visita rappresentano solo la punta di un iceberg della collezione di 40mila oggetti, documenti, papiri, sarcofagi, statue, mummie e quant’altro. È il patrimonio del Museo Egizio di Torino che nel 2024 compirà i suoi 200 anni di storia da vera star internazionale, essendo il più importante del mondo dopo quello del Cairo e la terza realtà italiana più visitata in assoluto. Una immensa ricchezza che potrebbe riempire diversi altri musei se portata alla luce. Ed è così che durante questa torrida estate, siamo riusciti, grazie a permessi e disposizioni varie, ad addentrarci fra i tesori nascosti – al pubblico, s’intende – del Muse, diretto da Christian Greco e presieduto da Evelina Christillin. Così abbiamo ammirato da vicino tutto ciò che questa meravigliosa “Atlantide” comprende. Golfino a portata di mano per affrontare le basse temperature in cui questi preziosi sono conservati, emozioni all’Indiana Jones, eccoci varcare la porta vetro (impercettibile ai visitatori come se fosse un passaggio segreto). Ed eccoci all’interno del percorso “Alla ricerca della vita”, dietro il quale sono conservate altre mummie oltre le 25 in fruizione. Si tratta di 80 corpi – 40 dei quali hanno subito un intervento conservativo che ha comportato 250 ore di lavoro – tenuti nel deposito per essere studiati e protetti. «Difficilmente queste mummie verranno messe in mostra – spiega Valentina Turina, restauratrice del Museo – Non ce n’è bisogno, l’importante è che vengano ben custodite, curate e sottoposte a studio». Sarà presto di nuovo alla luce, invece, il Canone Regio, ossia il pregiato papiro, oggi in fase di recupero – da parte di Kim Ryholt e Myriam Krutzsch, una delle più importanti restauratrici al mondo – che vede elencati i nomi di tutti i faraoni egizi riassumendo mille anni di storia. Il papiro, solitamente in esposizione, ci consente di introdurci nella Papiroteca, la stanza delle meraviglie, il “caveau” del primo piano, dove sono presenti 700 manoscritti, interi o riassemblati, e oltre 17.000 frammenti studiati dalla tedesca Susanne Töpfer. Un patrimonio invidiato da tutto il mondo: basti pensare che le richieste da parte del Louvre per avere in prestito il Canone Regio sono sempre pressanti. Niente da fare, il re dei papiri sarà esposto a settembre a casa sua, a Torino, in occasione dell’inaugurazione della nuova sala dedicata alla Scrittura per il bicentenario della decifrazione dei geroglifici ad opera di Champollion. E sarà solo l’inizio delle celebrazioni per i 200 anni del Museo, nato nel 1824 dopo che Re Carlo Felice comprò 8mila reperti da Bernardino Drovetti. Collezioni, ritrovamenti, scavi: sono storia nelle storia le gesta di esperti e archeologi documentate attraverso 45mila immagini tra lastre in vetro e su celluloide, stampe ottocentesche e novecentesche, diapositive custodite al terzo piano del Museo, nell’archivio curato da Beppe Moiso, da cinquant’anni alla corte dell’Egizio, e dal giovane Tommaso Montonati. «Questo archivio – spiegano mentre delicatamente ci mostrano documenti fragili come cristalli ma preziosi come diamanti – è la nostra missione. Ci porta via tanta fatica e impegno ma siamo felici oggi di avere contribuito ad averlo e di essere riusciti a far sì che il Museo ne sia proprietario. Tutto ciò rappresenta un patrimonio incommensurabile».

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