riccardo celoria
Cronaca
IL CASO

Muore bruciato a 10 anni per un “compito” a casa: ora la Dad è sotto accusa

Dopo la madre, accertamenti anche sulle maestre

È stata “riaperta” – non formalmente ma nella sostanza – l’inchiesta sulla morte del piccolo Riccardo Celoria, morto il 3 luglio 2020 dopo che – il 28 maggio – era rimasto gravemente ustionato in casa, mentre stava facendo un esperimento di chimica. Si trattava di una sorta di “attività didattica a distanza”, ma senza le maestre, da svolgere in autonomia.

La Dad era comparsa da poche settimane nelle nostre vite, con l’inizio della pandemia. Il bambino, che aveva dieci anni, era in casa con la mamma – che è stata indagata per omicidio colposo dalla pm Laura Longo, titolare del fascicolo – e aveva seguito le istruzioni di un video che compariva su Youtube per fabbricare il «Serpente del faraone». Un “esperimento” pericoloso, perché per creare la nuvola del serpente, l’uomo di Youtube – munito di maschera e di barba posticcia – suggeriva di bruciare sostanze per creare una spirale di fumo coreografica. Nel caso del piccolo Riccardo – che svolgeva “l’esperimento” mentre la mamma riprendeva col telefonino – non si era creata alcuna nuvola, ma una fiammata che avvolse il bambino, facendolo morire 36 giorni dopo per le gravissime conseguenze delle ustioni.

La pm Longo ha indagato per mesi per comprendere la dinamica del fatto e le eventuali responsabilità. L’iscrizione sul registro della madre del piccolo è stato praticamente un atto d’ufficio.

La pm aveva anche indagato anche nel mondo di Youtube, su come fosse possibile che su Internet circolasse un video che insegnasse a giocare col fuoco. Ma quella strada non era percorribile, a livello giuridico. La pm aveva quindi chiuso l’indagine. La difesa della mamma del bambino, dopo la notifica, ha fatto pervenire in procura una memoria che ha spinto gli inquirenti ad approfondire il filone del comportamento delle insegnanti. Tutte erano già state sentite e avevano confermato il fatto che nessuna di loro avesse consigliato o detto al bambino di fare quell’esperimento pericoloso. Si trattava, avevano detto, di una libera iniziativa di madre e figlio. Il punto però, per la procura, è un altro: le docenti, dopo avere saputo che il bimbo stava per fare l’esperimento, avrebbero dovuto imporsi e vietarlo? Tutte lo sconsigliarono, questo è un dato di fatto.

La questione giuridica è complessa e anche innovativa, perché la didattica a distanza è un tema nuovo nelle nostre vite. La domanda che si stanno ponendo gli inquirenti è se le docenti avessero, anche se distanti, un dovere di impedire l’evento. E il presupposto della questione, è un’altra domanda, preliminare: quando i bambini svolgono attività didattiche a casa, esiste un dovere di controllo a distanza o qualche responsabilità da parte della maestra, come se fossero tutti in aula? La madre di Riccardo, nella memoria, scrisse: «Nessuno ci vietò l’esperimento». Ma era un compito delle maestre dire al bambino «non farlo»? Oltre che della madre, che per questo è indagata? Nei prossimi giorni la procura risentirà alcuni testimoni, genitori dei compagni di classe compresi. L’obiettivo è capire se la tragedia poteva essere evitata.

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