Mose veri e Mose figurati

A sentir parlare certi politicanti vien voglia di cambiar Paese. Un esempio? “Giuseppi” Conte a Venezia: «Ho dato subito disposizioni per la creazione di un comitatone (sic) che darà vita a una vasta governance (ri-sic) destinata a individuare il perimetro d’intervento (ri-ri-sic)». Cioè, c’è stata l’acqua alta a Venezia, e per stabilire se intervenire lì o a Palermo bisogna creare (e pagare) tre strutture. E meno male che non ha parlato di commissione parlamentare sul caso. Comunque, Venezia sugli scudi, Venezia nei Tg, alla radio, sui giornali, dappertutto. Così almeno si fa polemica facile sul “clima impazzito”, a sua volta dovuto al riscaldamento globale causato dall’uomo, e ci si può scandalizzare sul Mose, la tripla diga mobile costata 6 miliardi (quanto una piccola manovra finanziaria) che doveva essere pronta per il 1995 ed è ancora da finire. Ma soprattutto si smette di parlare di Taranto. Lì sì che non si sa cosa fare. Arcelor Mittal va via, perché ci rimette 800 milioni l’anno. Processo o non processo, se ne va e ci lascia con la scopa in mano. Un altro acquirente, con la crisi dell’acciaio che c’è, non lo troviamo. Statalizzare (accollandosi passivo, bonifica e stipendi) significherebbe bruciare un Mose ogni 5 anni. Però quando il Mose reale di Venezia dopo 40 anni sarà finito smetteremo di pagare e avremo un servizio, mentre i Mose figurati di Taranto (uno ogni lustro, fra Illva e indotto) non finiremmo mai di pagarli. È quello lì il problema, non Venezia. La Venezia bottegaia che accetta i rischi delle maxinavi da crociera nel canale della Giudecca è ricca e soprattutto volonterosa: saprà ricominciare. E poi può anche far pagare un biglietto di 10 euro a chi la visita. Taranto no.

collino@cronacaqui.it

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