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Salute
IL FATTO. La sperimentazione non è decollata in Piemonte

Monoclonali al palo: appena 357 pazienti curati dagli anticorpi

L’infettivologo Di Perri amareggiato dalle rilevazioni Aifa: «I medici di famiglia ci hanno mandato poche persone»

Prima che il vaccino cambiasse le sorti della battaglia contro il Covid, specie per i più anziani e le persone a rischio di sviluppare la malattia in forma acuta, la speranza era tutta affidata agli anticorpi monoclonali. Un protocollo sperimentale, approvato dal ministero della Salute e avviato solo lo scorso marzo, proprio per sconfiggere l’infezione nei primi giorni di incubazione attraverso le trasfusioni da pazienti guariti. Da quando però gli anticorpi sono stati distribuiti agli ospedali individuati per la somministrazione, appena 6.198 persone sono state curate in tutta Italia e 365 in Piemonte. Meno della metà di quante non fosser in Veneto (803) secondo la più recente rilevazione di Aifa.

«Un peccato» per l’infettivologo dell’Amedeo di Savoia, Giovanni Di Perri, tra i primi e più entusiasti sostenitori degli anticorpi monoclonali, che ora vorrebbe avere la possibilità di utilizzare la terapia in via preferenziale per chi ha scelto di non fare il vaccino o non ha potuto sottoporsi all’inoculazione. I frigoriferi sono davvero pieni, se si pensa che solo all’Amedeo di Savoia il potenziale sarebbe di almeno 25 somministrazioni al giorno e in quello di massimo accesso al protocollo si sono presentati soltanto 11 pazienti. «Probabilmente – spiega Di Perri – sono venute a mancare informazioni alla base, per cui i medici di famiglia non ci hanno indirizzato molti pazienti o li hanno mandati in ritardo: la malattia, se la li vuole curare con questo metodo, deve essere presa nei primissimi giorni, così da evitare il ricovero in reparto o in terapia intensiva nei casi peggiori». L’amarezza viene anche dal fatto che quella degli anticorpi sembra davvero una soluzione rivoluzionaria. «Non so perché non abbia attecchito – conclude Di Perri -. Regione e Dirmei hanno fatto quanto possibile per spiegare e comunicare ai medici i criteri, le linee guida e soprattutto che si deve essere tempestivi nell’intercettare l’infezione. Appena uscirono i monoclonali mi aspettavo un grande entusiasmo anche a livello popolare, con una grande partecipazione dei medici del territorio che, purtroppo, non c’è stata. L’entuasiasmo fu ben diverso quando uscirono i primi farmaci in grado di curare l’Hiv». Resta il fatto che l’Agenzia del farmaco potrebbe cambiare le indicazioni proprio andando a proteggere chi, al momento, risulta più esposto a rischio di fronte a una variante Delta che è arrivata a superare un’incidenza del 98% in Piemonte.

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