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Cronaca
IL CASO

Molesta ragazzina e finisce in carcere: trovato morto impiccato nella sua cella

Per Khan, pakistano di 38 anni, la giudice aveva ordinato a fine giugno una perizia psichiatrica

Ha preso le lenzuola della sua brandina, le ha annodate e ne ha ricavato una corda con la quale si è impiccato alle sbarre della finestra. E’ morto così, nel padiglione C del carcere Lorusso e Cotugno, il 38enne Nuammad Khan, pakistano.

A trovarlo, domenica mattina, sono stati gli agenti di polizia penitenziaria che hanno cercato di soccorrerlo, in attesa dell’arrivo dei medici. Ma per lui non c’era ormai più nulla da fare: il tragico gesto risaliva presumibilmente alla notte e quando è stato trovato era troppo tardi per salvarlo. Khan era entrato in carcere il 22 gennaio. Era stato fermato con l’accusa di violenza sessuale per avere molestato – forse da ubriaco – una ragazzina alla stazione di Pinerolo. Il gip aveva ordinato il carcere come misura di custodia cautelare, in attesa della conclusione del processo di primo grado, prevista in autunno. La prima udienza si era svolta a fine giugno davanti alla gup Cristina Domaneschi. Su richiesta della difesa (avvocata Simona Bertrand), con il parere favorevole della pm Lea Lamonaca, la gup aveva ordinato una perizia psichiatrica per Khan. Il perito era stato nominato. Il primo colloquio in carcere era stato fissato all’inizio di luglio e la discussione della perizia era attesa a settembre. Se Khan fosse stato riconosciuto incapace (anche solo parzialmente) di intendere e di volere, molto probabilmente non sarebbe rimasto in galera, luogo non idoneo per le persone fragili con problemi psichici. Ma, in attesa della conclusione della perizia e del processo, la soluzione del carcere come misura di custodia cautelare era parsa l’unica concretizzabile. Perché Khan, arrivato in Italia recentemente, era solo nel nostro paese. Non avendo alcun familiare a cui appoggiarsi, né una residenza, non era stato possibile concedergli la misura meno afflittiva dei domiciliari.

Della storia di Khan si sa poco: emigrato dal Pakistan circa tre anni fa, ha frequentato in Lombardia, soprattutto nella zona di Como, vari centri di assistenza. Fragile, disoccupato, senza casa né soldi, il 38enne – che non risulta in carico ad alcun centro di salute mentale, non avendo il permesso di soggiorno – dalla Lombardia ha raggiunto il Torinese. Un giorno, lo scorso inverno, dopo aver percorso la tratta Torino-Pinerolo, ha infastidito un gruppo di ragazzine alla stazione, mettendo le mani addosso a una di loro. Poco dopo era finito in manette, con l’arrivo dei carabinieri di Pinerolo. In carcere Khan non avrebbe mai dato problemi a nessuno. In apparenza tranquillo, alla prima e scorsa udienza a giugno, non aveva parlato né manifestato disagio. Era solo apparenza, come poi è tragicamente emerso.

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