Modello Genova

Due anni per passare dalla catastrofe e dalla tragedia alla festa e all’orgoglio. In questo tempo, un Paese intero ha saputo stringersi attorno a una città ferita che si rialzava nel segno della volontà e della solidarietà. Il nuovo ponte non lenisce il dolore e non cancella le cicatrici, ma permette di guardare con ottimismo al presente più che al futuro. Modello Genova, lo chiamano adesso. Mentre nel momento del crollo il ponte era il modello di una Italia a pezzi, dell ’approssimazione e della miopia di chi amministra, politici e privati. Modello lo è ora, per come si è deciso di procedere per ricostruire il nuovo viadotto tra passato e futuro. I lavori non si sono mai fermati, neppure in piena  pandemia, a differenza di italici infiniti cantieri che tutti noi bene conosciamo. C’era la volontà di fare e questo è bastato? In realtà no, non sarebbe bastata la volontà senza l’adozione di pratiche che hanno se non superato almeno allentato le pastoie. Ora si invoca questo modello in molti ambiti, per molte opere che giacciono incompiute, una su tutte l’autostrada Asti-Cuneo, sul cui troncone sospeso nel vuoto aleggia ancora la voce del premier Conte nel fare promesse agli amministratori locali. Forse servirebbe un Modello Genova per tutta Torino, che annaspa in una crisi che si preannuncia crudele come quella del 2009. C’è l’esigenza, l’urgenza di ricorrere ai modelli straordinari per compiere ciò che dovrebbe essere la normalità, la routine. Un modello che funzioni, però, deve essere slegato da questo, senza però dimenticare l’attenzione a codici, tutele del lavoro, guardiania sulle infiltrazioni criminali e via dicendo. Perché la straordinarietà non sia una scorciatoia o peggio, per alcuni, una giustificazione.

andrea.monticone@cronacaqui.it

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