Misteri letterari

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L’è staito verso i sinch e mésa della matin che l’hai pì nen fàila a stemne cogiato con iocchi sbalassati a beicare il plafone. Lera na cosa che gli era ancaminata con la veciaglia. Soèns per fortuna andasia dnanso con la seugn fina a la matin, bon che se la fasìa ant una sola tirà, ma anvece certe neuitate come cola sì apena pasà, faite sì e no un paira di ore di durmiada, si desviava sensa gnuna rasone e non c’era pì gnuna manera d’arpigliare sogno”. Se Gianna Baltaro, indimenticata giallista di Torino, avesse cominciato a scrivere i suoi romanzi con un linguaggio simile, non avrebbe fatto la carriera che ha fatto. L’avrebbero presa per matta anche i difensori della lingua piemontese, sdegnati per l’imbastardimento. Invece Camilleri scrive lo stesso pezzo così: “Fu verso le cinco e mezza del matino che non ce la fici cchiù a ristarisinni corcato coll’occhi sbarracati a taliare il soffitto. Era ’na cosa che gli era principiata con le vicchiaglie. Spisso per fortuna annava avanti col sonno fino a matino, capace che se lo faciva in una sula tirata, ma inveci certi nuttate, come chista appena passata, fatte sì e no un dù orate di durmuta, s’arrisbigliava senza nisciun motivo e non c’era cchiù verso d’arrinesciri a ripigliari sonno”. E vende milioni di copie. Lo hanno tradotto in trenta lingue, compreso l’arabo. Mi chiedo come abbiano fatto i traduttori a rendere i continui salti mortali carpiati fra italiano e siciliano stretto, tipici del suo glossario. L’avranno fatto mescolando la lingua di traduzione coi dialetti locali? Bòh… Magari il successo è legato alle trame, all’ambiente ben reso… chissà. Un mistero in più da portarmi nelle celesti piole.

collino@cronacaqui.it

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