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Buonanotte
EDITORIALE DEL GIORNO

Mio nonno c’era

Ieri era il 4 novembre, anniversario della vittoria italiana del 1918. Una volta era festa nazionale e giornata delle Forze Armate. Scuole, negozi e fabbriche chiusi, sfilate dell’esercito e visite alle caserme. Retorica a fiumi, ma allora era così, a scuola ci riempivano la testa di irredentismo, patriottismo, risorgimento…Quella prima guerra mondiale si respirava ancora nel dopoguerra della seconda, ben più lunga, tragica e persa. I reduci della prima avevano 50/60 anni, lavoravano ancora, e raccontavano una guerra molto più improvvisata, sporca, dura e stupida di quella celebrata nei discorsi ufficiali e sui giornali. Non c’era bisogno di saggi: bastava leggere “Piccolo alpino”, il libro di Salvator Gotta sulla disfatta di Caporetto che descrive il caos, le fucilazioni arbitrarie e il panico delle nostre truppe sbandate nel Friuli. Poi li fermammo sul Piave, e fu un miracolo, perché altrimenti gli austriaci sarebbero dilagati nella pianura padana. Ma anche loro non si impegnarono a fondo, perché le sconfitte sugli altri fronti e la crisi acuta dei rifornimenti di armi e vettovagliamenti non avrebbero permesso un allungamento veloce del fronte italiano. Comunque sia, vincemmo, o meglio l’Austria perse altrove. Quella vittoria fu un po’ gonfiata, ma sicuramente meno bugiarda di quella che ci fanno celebrare il 25 aprile per la seconda guerra mondiale. Guerra persa, e non vinta dalla resistenza come si vorrebbe. Il 25 aprile celebriamo solo il ritorno a valle di 300mila imboscati che sarebbero rimasti in montagna senza l’avanzata americana. Altro che “riscatto di un intero popolo”. Era solo l’inizio di una guerra civile che dura ancora oggi. Ma questa è un’altra storia, e la scrivono loro.

collino@cronacaqui.it

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